Quando l’amore manca nel mondo

Si dilata la povertà che le politiche non aiutano. Il dramma dei profughi. Ma non solo: scarseggia pure l’affetto e il sostegno familiare

 

 Chi conosce molti poveri, ama molto; chi ne conosce pochi, ama poco; chi non ne conosce, non ama nessuno”. Così domenica 29 settembre scorso un sacerdote concluse la sua omelia sulla parabola (Vangelo di Luca, 16, 19-31) dell’uomo ricco ed egoista che vive nel lusso e che, quando muore, finisce all’inferno, condannato non perché opulento, ma perché indifferente alla sorte del povero Lazzaro, il quale invece alla sua morte è portato dagli Angeli nella dimora eterna di Dio. Il commento del sacerdote può sembrare esagerato a coloro che, per carattere o per mentalità locale, sono restii a comunicare con gli sconosciuti per strada ed anche, magari, con i vicini di casa, quindi a non sapere se vivono in miseria. Tuttavia è meritevole di una riflessione.

L’espressione “amare e poveri” ha un senso ben più ampio di quello che si può pensare: non esiste solo la povertà di chi non ha soldi, lavoro o alloggio. C’è pure quella di coloro che, benché economicamente benestanti, soffrono di tormenti psicologici o affettivi, derivanti da vedovanza, solitudine, difficoltà scolastiche o altro, dei quali, a volte, persino i familiari si disinteressano, per incomprensione, divergenze di opinioni o, semplicemente, per mancanza di tempo. Casi non rari, purtroppo, i quali dimostrano quanto, nel mondo di oggi, compreso quello che si definisce cristiano, siano diffusi l’egoismo, l’indifferenza, l’ingratitudine, la ricerca del proprio benessere. Tanto da far rilevare a Papa Francesco che molti vanno a Messa ma poi, “sotto sotto, fanno il loro comodo”, dimenticando l’uomo ed ignorando il dramma della povertà, nonché il problema della disoccupazione. Come, soprattutto in Italia, fanno molti politici o pubblici funzionari che parlano dei “diritti dei poveri”, salvo poi aumentare le tasse, piuttosto che ridurre i loro aurei stipendi - nella Penisola un deputato incassa mensilmente 16mila euro lordi, il 60% in più rispetto alle media Ue -, tanto meno rinunciare ad aggiungerli alle due o tre pensioni di cui già godono. Contrariamente a quanto hanno fatto i loro colleghi di Irlanda, Danimarca, Svezia e Nuova Zelanda. Da noi, puntano invece sulla fiscalità che obbliga le imprese ad interrompere l’attività, quindi a licenziare i propri dipendenti, con la conseguente e crescente disoccupazione, specialmente giovanile. Il che ha spinto a tanti suicidi ed anche a furti compiuti solo per sopravvivere, nonché al rinnovo dell’emigrazione alla ricerca di un lavoro in altri Stati. Alcuni, più intraprendenti, sono venuti in Svizzera, sperando di aprirvi un’impresa. In effetti, l’organizzazione elvetica Mercato Libero ha recentemente allestito, nel Teatro Cinema di Chiasso, città di 8000 abitanti, e alla presenza del Sindaco, un incontro per spiegare quali progetti imprenditoriali sarebbero benvenuti, nonché i vantaggi fiscali e burocratici che ne conseguono. Alla conferenza hanno partecipato 600 impresari italiani, il 4-5% dei quali sposteranno qui la propria ditta, con la speranza di farcela.   

E’ una triste realtà, quella attuale in Italia dove aumenta il numero di chi non ha soldi o è privato della gioia di avere una famiglia, un lavoro rispettabile o, semplicemente, un amico che faccia compagnia. Gente spesso ignorata, snobbata o addirittura offesa ed aggredita, se non è della nostra razza, da chi ignora che l’indigente non ha nazione, né classe, né partito: è solo una persona che chiede pietà e amore, mentre tanti, alla ricerca del proprio benessere e del potere, evadono le tasse o incassano tangenti pagate a danno di altri. Personaggi magari di sinistra, quindi a parole anelanti a venire incontro a chi non ha, ma che in realtà pensano solo a se stessi; o, peggio, notabili che vanno a Messa ma poi fanno il loro comodo. Persone disposte a tutto, pur di vivere bene, anche a tradire, come fece Giuda che vendette il sangue del Giusto per trenta denari. Indifferenti di fronte alle migliaia di connazionali indigenti oppressi dalla miseria, spendono enormi somme in cose inutili, compiono reati o fanno di tutto pur di conservare la poltrona che dà loro prestigio e denaro. E magari noncuranti di chi, spinto dalla fame (è noto che spesso i soldi devoluti per aiutarli finiscono nelle mani di dittatori o di furbetti!) o dal terrore per le guerre che devastano i loro Paesi, cerca di scappare, a rischio anche di morire. La tragedia, non la prima e forse non l’ultima, della scorsa settimana a Lampedusa insegna! Ammettiamolo: purtroppo, dopo 2.000 anni di Cristianesimo, il precetto della carità non è ancora vissuto nella pratica quotidiana, con il risultato di far credere che sia umiliante e vergognoso essere poveri o abbandonati. Eppure ci vuol poco a dare speranza e fiducia a chi soffre la fame, nonché a venire incontro agli orfani, alle vedove ed ai figli di divorziati.

Sarebbe necessario fare un esame di coscienza, pensare che prima del guadagno, c'è l'uomo: prima del diritto al nostro benessere, c'è quello alla vita e alla serenità di tutti. Il che porterebbe ad incominciare quell'opera di giustizia verso coloro che vivono nel bisogno o che soffrono la solitudine, la mancanza di rispetto e l’incomprensione. E a ricordare quel comandamento che dice “non uccidere”: il guadagno talvolta può rendere omicidi. Certo, l'economia ha le sue leggi, ma tutti devono poter mangiare, avere una casa ove dormire, essere benvoluti, non sentirsi abbandonati, non essere oggetto di speculazioni o di attriti pecuniari. Tutti siamo chiamati a dar da mangiare agli affamati. Dovere che non solo i nostri politici spesso dimenticano. Perché l’egoismo non ha mai suggerito la strada giusta.

.Egidio Todeschini.
*5.10.2013