L’Anno della Fede una scossa per la Chiesa

Indetto da Benedetto XVI a cinquant’anni dall’apertura del Concilio

Ecumenico Vaticano II. La speranza di una nuova primavera

 

 

L’Anno della Fede aperto dal Papa l’11 ottobre scorso segue quello indetto nel 1967 da Papa Paolo VI nel XIX centenario del martirio dei santi Pietro e Paolo. Annunciato dal Benedetto XVI nel 2011 con la lettera apostolica Porta Fidei, intende far maggiormente comprendere il fondamento della dottrina cristiana, per riscoprire il dono, concesso dal Signore a ciascuno di noi, “di vivere la bellezza e la gioia dell’essere cristiani”. Senza cedere alle tentazioni della mentalità corrente, più propensa a far fare ciò che piace, piuttosto che a seguire l’insegnamento impartitoci da Gesù. Non a caso la data dell’11 ottobre coincide con quella di due importanti avvenimenti di Chiesa: l’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II (11 ottobre 1962) indetto da Papa Giovanni XXIII, cui partecipò, come consulente teologico, il giovane Ratzinger; e la promulgazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, suggerito dal Sinodo Straordinario dei Vescovi del 1985 e concretizzato da Giovanni Paolo II (11 ottobre 1992). Il Catechismo fu articolato in quattro parti (Credo, Liturgia, Morale, Preghiera), ma espresso in un modo “nuovo”, per rispondere agli interrogativi della nostra epoca e per ridurre l’indifferenza religiosa.

Motivazioni che avevano, a suo tempo, spinto Giovanni XXIII a trasmettere tramite il Concilio “adunato nello Spirito Santo… una pura e integra dottrina, senza attenuazioni o travisamenti… certa, immutabile, approfondita e presentata in modo che corrisponda alle esigenze del nostro tempo... per illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa”. Da molti apprezzate, da altri criticate, le decisioni conciliari furono notevolmente rivoluzionarie. Non solo perché si eliminò il latino dalle funzioni ecclesiastiche; soprattutto perché fu riconosciuta la libertà di coscienza (quindi religiosa, prima negata), e rivalutata la Bibbia che ogni fedele deve “fare propria”. Innovazioni cui si aggiunsero modifiche di linguaggio, grazie alle quali gli Ebrei da “perfidi Giudei” divennero “fratelli maggiori” e gli Ortodossi ed i Protestanti “fratelli separati”. Si realizzò, quindi, quel rinnovamento che, secondo Papa Ratzinger, deve spingere Chiesa e credenti verso un rapporto personale con Cristo che “aveva aperta ai pagani la strada della fede” (Atti degli Apostoli, 14,17) e fondata la Chiesa che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre “unico soggetto del Popolo di Dio in cammino”. Da ciò la decisione di istituire l’Anno della Fede, onde contribuire alla riscoperta della propria vocazione, quindi all’essere testimoni credibili e gioiosi del Signore risorto, nonché capaci di indicare alle persone la “porta della fede” che fa conoscere Cristo, presente in mezzo a noi “tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

Il Pontefice si riferisce alla frase di San Paolo, “So a Chi ho creduto”, per far comprendere che “credere” comporta “innanzi tutto, un’adesione personale a Dio”; ma anche “l’assenso libero a tutta la verità che Dio ha rivelato». Ne consegue che solo una maggiore diffusione della dottrina cristiana può contribuire a consolidare la grande famiglia della Chiesa e a concretizzare l’invito di Gesù agli Apostoli: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura”. Quindi invita ad incrementare i pellegrinaggi dei fedeli alla Sede di Pietro, ma anche favorire quelli in Terra Santa, territorio che ha visto e conosciuto il Salvatore e Maria, nonché promuovere ogni iniziativa che aiuti a riconoscere il ruolo particolare della Vergine ed a seguirne le virtù. Un cammino particolarmente necessario nel Medio Oriente che soffre di una cristianofobia sempre più violenta, benché ogni anno, secondo Magdi Cristiano Allam, 6 milioni di Musulmani si convertono al Cristianesimo. Cui però si aggiunge, nel mondo Occidentale, quel relativismo che fa ritenere lecito tutto ciò che piace o conviene.

Che fare, per ritrovare il dono della Fede? In primo luogo, promuovere missioni nei deserti del mondo contemporaneo e portarvi il Vangelo; offrire testimonianze di fede; trasmettere agli atei ed ai miscredenti il messaggio di salvezza offertoci da Gesù. Da qui l’invito agli ecclesiastici di tradurre i Documenti del Concilio Vaticano II e il Catechismo della Chiesa Cattolica nelle lingue nelle quali ancora non esistono; favorirne la pubblicazione, in edizioni economiche, o diffonderli con l’ausilio dei mezzi elettronici e delle moderne tecnologie; divulgare la conoscenza dei Santi e dei Beati, autentici testimoni della fede. Ma anche ad organizzare, specialmente nel periodo quaresimale, celebrazioni penitenziali per chiedere perdono a Dio per i peccati compiuti, specialmente contro la fede. E, come suggerisce Mons. Rino Fisichella, a “sostenere la fede di tanti credenti che nella fatica quotidiana non cessano di affidare con convinzione e con coraggio la propria esistenza al Signore Gesù. Necessario, però, il coinvolgimento del mondo della cultura per dimostrare che tra fede e autentica scienza non vi è alcun conflitto “perché ambedue, anche se per vie diverse, tendono alla verità”. L’unica che può garantire una vita pura ed onesta, soprattutto alimentata dall’amore, perché “la fede senza la carità non porta frutto e la carità senza la fede sarebbe un sentimento in balia costante del dubbio”. Soprattutto dell’egoismo oggi imperante.

Egidio Todeschini

 

20.10.2012