Perché non sto con Charlie Hebdo

Obbrobriosa la strage di Parigi. Però la mancanza di rispetto alla fede religiosa non è libertà di opinione bensì vilipendio

 

Chi legge i giornali e segue la cronaca in Tv sa già cosa è successo nei giorni scorsi a Parigi: la strage nella sede del giornale satirico Charlie Hebdo, l’uccisione degli ostaggi effettuate dai due fratelli Cherif e Said Kouachi, l’attentato al negozio ebraico di Porte de Vincennes messo in atto da Amedy Coulibaly. Assassini definiti “eroi” dagli Islamisti e lodati come “cavalieri della verità”: i primi per aver fatto il loro “dovere” di Musulmani e gridato Allah Akbar (Dio è grande), in nome del quale pensavano di vendicare il profeta Maometto”, ritratto sul settimanale senza pantaloni; il secondo per aver massacrato gli Ebrei. Inutile, quindi, riparlarne o rilevare la massa di gente, Capi di Stato e personaggi politici compresi, che ha sfilato per le vie parigine, immedesimandosi in Charlie e mostrando, in nome della libertà di stampa e di opinione, una Francia compatta (sia pure con Marine Le Pen ai margini) con una mobilitazione molto più vasta di quella seguita agli attentati di Madrid (11 marzo 2004) e di Londra (7 luglio 2005), benché più sanguinosi. Meglio mettere in evidenza, invece, alcuni punti dei quali si è parlato poco o nulla.

Tra gli altri, la norma che impone agli Islamici di non ritrarre, in foto o in monumenti, un essere vivente in quanto, secondo un detto attribuito a Maometto, ciò equivale ad una sfida ad Allah, perché potrebbe essere idolatrato, cioè venerato come divinità. Un divieto, questo, suffragato da cinque versetti del Corano ed ammesso da tutte le scuole giuridiche dell’Islam sannita, che ha portato i terroristi islamici ad abbattere la statua di Buddha in Afghanistan e molte di quelle cristiane, anche in Italia. E che ha spinto Cherif e Said Kouachi ad uccidere il direttore ed i vignettisti del settimanale satirico, rei di aver pubblicato vignette offensive di Maometto, con ciò commettendo una blasfemia che, sulla base della legge islamica, deve essere punita con la morte. A dispetto di quanto affermato da Cecil Shane Chaudhry, direttore esecutivo della Commissione “Giustizia e pace” dei Vescovi pakistani, il quale ha assicurato che la maggior parte dei Musulmani in Pakistan avrebbero detto “no alla violenza nel nome di Allah, ribadendo che uccidere non è compatibile con l’Islam”. 

Sarà. Ma è opinione che contrasta con gli “imperativi” espressi nel Corano secondo il quale Allah darà “una più grande ricompensa a coloro che combatteranno per lui” [Sura 4:96] contro gli infedeli che i Musulmani devono “arrestare ed assediare, preparando imboscate in ogni dove” [Sura 9:95]. Non solo: vi si legge pure che gli Islamici devono “ circondarli e metterli a morte ovunque li troviate, uccideteli ogni dove li troviate. Cercate i nemici dell’Islam senza sosta…Combatteteli finché l’Islam non regni sovrano” [Sura 2:193]. “Tagliate loro le mani e la punta delle dita” [Sura 8:12]. Perché, “se un Musulmano non si unisce alla guerra, Allah lo ucciderà [Sura 9:93]. Al fedele deve essere detto che il calore della guerra è violento, ma più violento è il calore del fuoco dell’inferno” [Sura 9:81].

Rigide prescrizioni conosciute da Magdi Cristiano Allam e da Oriana Fallaci, ma che non impedirono loro di farsi accusare di “islamofobia”. Una colpa che fece dileggiare come “sofferente di allucinazioni” la scrittrice, poi messa in galera per aver sostenuto, nei suoi libri, l'opportunità di difendere le tradizioni occidentali dalle contaminazioni musulmane, se non si voleva correre il pericolo di trasformare l'Europa in “Eurabia”. Reato imputato, dal tribunale civile di Milano, anche al giornalista Allam, condannato per “diffamazione” a risarcire l'Ucoii, l'Unione delle Comunità islamiche italiane, per aver scritto, nel 2007, un articolo in cui attaccava l’associazione, riportando i nomi e i cognomi di chi sosteneva le tesi dell'Islam più radicale ed affermando che non c'è “alcun dubbio che nelle moschee e nei siti islamici dell'Ucoii e di altri gruppi islamici radicali si legittimi la condanna a morte degli apostati e dei nemici dell'Islam”.

A dimostrazione che la “libertà di stampa e di opinione”, ora invocata per condannare le uccisioni parigine, non sempre è riconosciuta. Però ora viene rivendicata per giustificare vignette che esprimono la libertà di opinione di chi le ha eseguite, ma offendono i sentimenti religiosi di quel miliardo e mezzo di esseri umani che, credendo in Allah e Maometto, ne seguono le regole, non per nulla contrastate, nel suo discorso a Ratisbona, da Papa Benedetto XVI in quanto “la violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima. Dio non si compiace del sangue. La fede è frutto dell'anima, non del corpo". Quella fede che il mondo occidentale sta perdendo, tanto da rinunciare, per non offendere i Musulmani, ad esporre Crocefissi, a fare presepi, a non salvare tradizioni, a non inserire le «radici cristiane» nella Costituzione europea e a non reagire, sia pure solo biasimando, alle vignette pubblicate sullo stesso settimanale parigino, ove si vede una Santissima Trinità in atto di sodomizzarsi, nonché una Vergine Maria nuda e in posizione oscena, senza contare quelle su Papa Ratzinger e altre ancora. E a dimenticare che la libertà di stampa è una cosa, il rispetto del “sacro” un’altra. Come ha detto Papa Francesco: “In nome di Dio non si uccide. Ma non si insulta la fede degli altri”.

 

Egidio Todeschini
15.1.2015