Tante rivalità bloccano le riforme

A parole sono da tutti ritenute necessarie ma ostacolate per invidia, interessi personali o antagonismi politici. A danno dell’Italia  

 

Può piacere o no il Premier Matteo Renzi. Ma c’è da augurarsi che riesca a portare a termine il suo programma riformista che potrebbe migliorare la situazione democratica, economica e politica nazionale che, in effetti, è tutt’altro che positiva. Va già a suo merito l’aver rimosso i politici che, da più di un ventennio, hanno dato man forte a procure, sindacati ed intellettuali, rendendo impossibile un cambiamento in meglio della Penisola. E di aver capito che la vera democrazia necessita del rispetto reciproco e della collaborazione delle Istituzioni e dei partiti. Motivo per cui ha siglato con Berlusconi quel “Patto del Nazareno” che ha suscitato clamori e scandali, ma che può essere indispensabile per effettuare le tante modifiche, necessarie per rimettere in piedi, economicamente, istituzionalmente e politicamente, l’Italia. Che, mai come oggi, ha bisogno di veder diminuite le imposte, abolito il bicameralismo perfetto, ridotti i costi burocratici, anche mediante la fusione di alcune Province. Al che si aggiunge la necessità di avere una nuova legge elettorale, avendo la Consulta dichiarato incostituzionale il “Porcellum”, e di modificare alcune norme relative al sistema giudiziario.

Riforme indubbiamente non facili da attuare e che hanno fatto sorgere polemiche e reazioni a non finire. Polemizzano i Magistrati i quali non accettano l’idea di risarcire di tasca propria i danni materiali e morali provocati agli indagati nell’esercizio delle loro funzioni. Tanto meno di vedersi ridurre gli stipendi, piuttosto elevati, nonché le ferie da 45 giorni a 30. Il decreto dovrebbe entrare in vigore l’anno prossimo e, secondo Renzi, permetterebbe, tra l’altro, di “rendere più rapida la risposta della giustizia”. Sarà anche vero che, secondo il parere di qualche giudice, “quei 15 giorni in più servono per scrivere le motivazioni delle sentenze”, compito che però non spetta ai Pm che tuttavia godono dello stesso periodo di sospensione dal lavoro. Ma è significativo che Marco Patarnello, Vice Segretario Generale del Consiglio Superiore della Magistratura, li abbia definiti “privilegi antistorici”, impossibili da difendere “nel terzo millennio e nelle condizioni attuali”. I togati, però, non mollano e reagiscono, secondo consuetudine, mettendo sotto inchiesta, per bancarotta fraudolenta,  il padre del Capo di Governo, benché i fatti si riferiscano al fallimento, nel novembre 2013, di una azienda venduta da Tiziano Renzi nell'ottobre 2010.

Non meno ostili alla riforma del lavoro i sindacati ed i politici d’estrazione comunista i quali ritengono che con l’abrogazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori che vieta il licenziamento di qualunque dipendente, inclusi i fannulloni e gli assenteisti, si “buttano via i nostri valori”, cioè la difesa dei lavoratori, altrimenti sottoposti alle intolleranze dei “padroni”. Peccato, però, che la norma non si applica, guarda caso, ai sindacati (che, tra l’altro, intascano il 10% del risarcimento dovuto, per effetto della sentenza, al licenziato) ed ai partiti che ne contestano l’abrogazione (ma che licenziano quando fa loro comodo) e che valga solo per i titolari di aziende con più di 15 impiegati, mentre quanti collaborano con artigiani e negozianti non hanno diritto alla tutela. Senza contare che a sentenziare l’annullamento del licenziato è, ovviamente, la Magistratura, la quale, però, spesso valuta in base a pregiudizi. Come accaduto, per esempio, nel 2008, a favore dei facchini della Malpensa che svuotavano le valigie dei passeggeri; o il bigliettaio di un vaporetto di Venezia che s’intascava il resto dovuto ai passeggeri. Non a caso è da almeno 20 anni che si tenta, invano, di eliminare tale articolo. Ma chi ci ha provato è stato coperto di insulti e minacce di scioperi, come ora succede a Renzi, dai contestatori ai quali, giustamente, il Capo del Governo chiede: “dove eravate in questi anni quando si è prodotta la più grande ingiustizia, tra chi ha il lavoro e chi no, tra chi lo ha a tempo indeterminato e chi precario”, perché “si è pensato a difendere solo le battaglie ideologiche e non i problemi concreti della gente”.

Programmi governativi, i suoi, che mirano a ridurre le spese, quindi le tasse, e favorire l'occupazione che solo l’imprenditore può creare. Nel minor tempo possibile. Riforme assolutamente necessarie per rimettere in sesto la Penisola e per conformarsi alle richieste che Bruxelles fa da anni. Che, però, non sarà facile attuare, tanto da spingere il Premier ad ipotizzare alcune modifiche (per esempio, mantenere l’art. 18 per i casi di licenziamento disciplinare e prevedere un indennizzo al posto del reintegro) o, eventualmente, a ricorrere al voto di fiducia che comporterebbe, se negato, un ritorno alle urne che i suoi antagonisti del Pd comunque temono. A dimostrazione dell’antistoricità ed assurdità del dettato costituzionale che non dà un potere effettivo al Capo di Governo. Carenza di cui fa le spese l'Italia.

Egidio Todeschini

4.10.2014

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