Dittatoriale la galera per il reato di opinione

Alessandro Sallusti condannato a 14 mesi di carcere, senza condizionale, per un articolo. Grazie ad una legge fascista mai modificata

 

Già avvilito dalla cronaca nazionale, politica e sociale, non mi aspettavo di apprendere che, in Italia, un giornalista potesse rischiare il carcere per un giudizio negativo su una sentenza emessa nel 2007 a Torino. Eppure succede ancora. Veniamo ai fatti: su Libero, quotidiano di cui Sallusti era direttore, escono due articoli, uno per riferire dell’autorizzazione ad abortire, rilasciata da un giudice ad una tredicenne, poi finita in manicomio; l’altro, non scritto da Sallusti e firmato con uno pseudonimo, per criticare con estrema durezza i magistrati e i medici che avevano permesso e praticato l’interruzione di gravidanza della bambina. Giudizio sentito come diffamatorio dal giudice tutelare responsabile, Giuseppe Cocilovo, peraltro mai citato nell’articolo, che querela il dirigente del giornale per “omesso controllo” (per legge, il direttore è responsabile degli articoli pubblicati senza firma). In primo grado, questi fu condannato ad una multa di 5.000 euro, però la sentenza non piacque al sostituto procuratore generale, Lucilla Tontodonati, la quale fece ricorso alla Corte d'Appello di Milano. Che il 17/6/2011, puntando sulla “falsità della ricostruzione dei fatti”, in quanto “a decidere di abortire sarebbe stata la ragazzina”, aggrava la pena pecuniaria e condanna Sallusti ad un anno e due mesi di prigione, senza condizionale, perché l’autore “commetterà ulteriori episodi criminosi, stanti le “numerose condanne da lui già riportate per reati della stessa specie”.

In democrazia manifestare un’opinione non dovrebbe essere considerato un crimine, bensì espressione di quella libertà di pensiero e di azione che solo le dittature non riconoscono. Ed infatti la legge che impone il processo penale e la pena della reclusione per la denigrazione a mezzo stampa è d’epoca mussoliniana (8 febbraio 1948) ma ancora vigente. La Corte d’Appello può, quindi, aver sentenziato in base ad idee personali del magistrato giudicante, Pierangelo Guerriero, tuttavia avvalendosi di norme che glielo consentivano. A conferma che l’Italia - ad eccezione di Francia e Germania ove è un Tribunale penale a condannare, però esclusivamente con un’ammenda pecuniaria, mai con la reclusione - è l'unico Paese occidentale in cui la diffamazione a mezzo stampa è giudicata penalmente anziché civilmente: dal 2009 il Regno Unito non la considera reato, tranne in caso di pubblicazione di menzogne; idem negli Stati Uniti; neppure la Svizzera prevede sanzioni se c’è buona fede e se il giornalista prova di aver divulgato notizie vere. La libertà d’opinione è addirittura legge costituzionale in Svezia. Anche la Corte di Strasburgo rifiuta le pene detentive per chi esercita la professione di giornalista, perché incompatibili con quanto sancito dalla Convenzione europea, tranne se chi scrive spinge alla violenza o all’odio.

Una difformità, la nostra, ancor più sconvolgente se si pensa alle lungaggini dei tempi giudiziari nazionali, alla politicizzazione della Magistratura e, soprattutto, all’esiguità delle pene sentenziate a veri criminali che spesso riescono a farla franca, grazie alle attenuanti, alla loro biografia, alla prescrizione e al principio secondo il quale, se la pena non supera i 24 mesi, è concessa la condizionale. Negata, invece, a Sallusti. La legge vigente ha già mandato in carcere, nel 1954, Giovannino Guareschi per aver diffamato, sul settimanale Candido, Alcide De Gasperi. Agli arresti, solo domiciliari in quanto senatore, Lino Jannuzzi, poi graziato dall’allora Capo dello Stato, Ciampi. Finirono dietro le sbarre pure Stefano Surace, direttore della rivista Le Ore, Gianluigi Guarino, dirigente del Corriere di Caserta, nonché Vincenzo Sparagna e Calogero Venezia vignettisti sulla rivista satirica Male. Condanne, alle quali ora si è aggiunta quella di Sallusti, che ha spinto a chiedere di modificare le norme fasciste sui reati d'opinione tutti i parlamentari, gli stessi che hanno lasciato nei cassetti, senza mai discuterli, i due disegni di legge presentati dal Pdl (2008) e dal Pd (2011).

Non stupisce, quindi, appurare che i quotidiani ed i politici del centrodestra abbiano stigmatizzato la sentenza della Cassazione e non sorprende che esponenti istituzionali, conduttori televisivi antiberlusconiani e giornali di sinistra, da Repubblica all’Unità, da Il Fatto al Corriere della Sera, abbiano confermato le critiche. Perfino il pm Antonio Ingroia dichiara “spropositata” la detenzione per reati connessi all'attività dei giornalisti. Sconcerta, invece, che, prima della decisione della Cassazione, Giorgio Napolitano non si sia espresso in merito, forse per non interferire col lavoro dei supremi giudici; e che non abbia suggerito al Capo di Governo, Monti, di emanare un decreto-legge per bloccare la condanna in galera dell’attuale direttore de il Giornale. Il quale, augurandosi che il “caso serva da grimaldello per scardinare il problema della libertà di opinione”, rinuncia a difendersi perché ha “la profonda convin­zione che nessuno, dico nessu­no, debba andare in carcere per un’opinione, neppure la più as­surda”. Non chiede neppure la grazia presidenziale, ma, per rispetto verso i colleghi ed i suoi lettori, si dimette dal suo ruolo dirigenziale (dimissioni non accolte dall’editore Paolo Berlusconi); e non accetta di evitare la cella con “la pena alternativa dell’affidamento ai servizi sociali”. Per ora, l'esecuzione della condanna è sospesa per decisione del capo della Procura di Milano, Bruti Liberati, “perché non ci sono recidive o cumuli di pena”. Che, comunque, resta incompatibile con gli standard di una democrazia matura. A dimostrazione di quanto, in Italia, tale parola sia, ormai, solo un termine senza contenuto e senza valore. Usato solo quando fa comodo.

Egidio Todeschini

28.9.2012