Il voto per l’UE rivela la sfiducia popolare

Il perdurare della recessione economica, la più grave dagli anni ’50, ha spinto poco all’astensione e a preferire chi è contrario all’euro  

 

Non ci sono ancora nell’Unione Europea, ove i tassi di disoccupazione superano ovunque il 40% della popolazione, segnali di una sostanziale ripresa economica: in Francia, a detta della Presidente degli industriali, Laurence Parisot, la situazione è “gravissima”; in Spagna ed in Portogallo non va meglio, la Grecia e Cipro sopravvivono a stento; la stessa Europa settentrionale, prima economicamente in buone condizioni, registra ora un calo del Prodotto Interno Lordo (Pil). Persino in Germania, secondo le previsioni di Soros, ci sarà, in autunno, una notevole crisi. Preoccupante anche la situazione italiana ove la disoccupazione, specialmente giovanile, è aumentata; nei primi tre mesi del 2014, sono fallite 23 mila aziende; di conseguenza, le ristrettezze economiche dei cittadini e dello Stato non fanno prevedere un rapido miglioramento della situazione. Condizioni socio-economiche attribuibili in parte alle politiche dei Governi, ma anche, secondo molti economisti, alle decisioni dell’Unione Europea che ormai suscita un’immagine negativa, tanto da far raddoppiare (dal 15 al 28%) la sfiducia nei suoi confronti, e crollare dal 52% al 31% quella positiva. Il che ha fatto ottenere agli euroscettici, tra i quali la francese Marine Le Pen del Front National e l’inglese Nigel Garage, una quantità notevole di voti (il 26% la prima, il 31% il secondo). Percentuali inferiori a quella della Lega italiana che, comunque, ne ha incassati più di 294 mila, grazie alla campagna elettorale che verteva su una linea più dura sull’Euro e sull’immigrazione. Come avvenuto in  Finlandia, Austria, Danimarca ed Ungheria.

Ciò da una parte conferma l’importanza dell’azione dei partiti e dei movimenti che hanno contribuito alla sensibilizzazione dell’elettorato, spingendolo a votare: non a caso l’astensione è stata inferiore del previsto. Dall’altra spinge - o dovrebbe spingere - a far cambiare le decisioni europee sull’economia, onde risolvere le crisi, sociali ed economiche, tuttora presenti nel Continente. Come chiede il Capo del Governo italiano, Matteo Renzi, che ha ottenuto il 40% di suffragi, presi anche, secondo qualcuno, da elettori di Forza Italia, i quali, lette le previsioni che non davano molte speranze di successo al loro partito, hanno preferito votare per il Pd, per danneggiare, come in effetti si è avverato, il Movimento 5 Stelle di Grillo. In effetti, sarebbe necessario stroncare quella specie di dittatura instaurata dall’UE che, secondo la filosofa Ida Magli, ha tolto l’indipendenza agli Stati, limitandone la sovranità nazionale, nonché la libertà industriale, delle colture agricole e degli animali di allevamento. Senza contare che la promulgazione della moneta unica ha fatto spesso raddoppiare i prezzi a causa del valore assegnato all’euro, portando così sull’orlo del fallimento Grecia, Portogallo, Spagna ed Italia. Non solo: ha eliminato i confini dei singoli Paesi, quindi le dogane per le merci ed i controlli per le persone che, secondo il Trattato di Maastricht, possono circolare in tutta l’Unione. Certo, ha raggiunto lo scopo di evitare guerre nel Continente; ma non quello dell’unificazione politica delle diverse Nazioni che hanno una propria storia di civiltà e lingue diverse. Da qui quel prevalere nel Parlamento europeo del 25% di “euroscettici” che ha spinto Cameron ad invitare a prendere atto del cambiamento del sentimento degli elettori verso le istituzioni europee. Non solo: il Premier inglese, se sarà confermato, intende convocare nel 2017 un referendum sull’uscita del Regno Unito all’Ue. Come avverrà in Francia, se Marine Le Pen dovesse vincere l’elezione presidenziale.

Non in Italia, anche perché Renzi, forte dei consensi ottenuti, intende far sostenere dai suoi europarlamentari la necessità di dare un’impronta diversa all’Unione, oggi dominata dalla Germania di Angela Merkel e dalla burocrazia di Bruxelles. Egli propone di occuparsi meno, quindi, dell’economia che, essendo troppo fondata sul rigore, ha generato disoccupazione e miseria in Italia ed altrove, e di più della politica propriamente detta. Fare, cioè, quelle riforme che gli elettori, Italiani ma non solo, hanno auspicato con il voto. Certo, una richiesta, la sua, dettata dal forte debito pubblico dello Stato italiano, dovuto all’eccesso di sprechi, alla corruzione imperante, al costo degli Enti pubblici, e alle notevoli difficoltà a ridurli, a causa dello scarso potere riconosciuto dalla Costituzione al Capo di Governo e, in parte, alla politicizzazione della Magistratura. Disavanzo, il nostro, che, secondo l’Ue, avremmo dovuto ridurre nel 2015, ora spostato al 2016 su istanza del Premier. Resta il fatto che, come ha rilevato l’anno scorso il filosofo tedesco, Peter Sloterdijk, il “progetto europeo” è ormai prossimo al fallimento, a causa della cattiva gestione “come comunità economica”, il che ha spinto l’Europa “al capolinea”, in quanto a capacità di generare prosperità in tutti i suoi Paesi. Tanto meno il senso comunitario indispensabile in una Confederazione, facendo aumentare la sfiducia nell’Unione Europea. Che, se vuole sopravvivere, dovrà rispettare di più le legittime attese dei popoli.

Egidio Todeschini

8.6.2014