Le modifiche istituzionali che non si fanno

I politici discutono, litigano, rimandano o cambiano idea. Perché guardano al loro interesse, non a quello del Paese

 

 

Il mio articolo d’inizio settembre “La crisi della politica e dei troppi partiti” ha suscitato il commento di un lettore che mi ha inviato una lettera meritevole di pubblicazione. In essa esprime opinioni e giudizi in gran parte condivisibili e che riporto quasi integralmente, perché immagino che molti Italiani la pensino come lui, scivolando in quell’antipolitica che spinge a non votare o a consegnare scheda bianca. Dimenticando, però, che, in democrazia, il popolo è sovrano. E che esprimersi con il voto è un diritto ma anche un dovere. Ecco, tra virgolette, il testo parziale. 

“Ho letto il suo commento. L’invito di Bagnasco di rifondare la politica e lo Stato si collega al recente invito della Merkel di cambiare le strutture in Italia, ossia in primo luogo la Costituzione. Quella attuale fa comodo alla sinistra e al centro e a tutti coloro che vogliono continuare per la vecchia strada con chiacchiere a non finire e raggiri... Non esiste un cambiamento in Italia, il card. Bagnasco dovrebbe comprenderlo. Solo 1/3 degli Italiani sono per cambiare il sistema e senza essere razzisti sono quelli del Nord... Nel mese di maggio scorso la Francia ha eletto un Presidente non con una carica onorifica come il nostro, bensì arbitro supremo…; Berlusconi colse l’occasione per chiedere ai partiti di modificare le Istituzioni in tal senso, si dimostrò, è vero, un “Innovatore” nel confuso mondo italiano. Gli rispose subito la sinistra di Bersani dicendo che è troppo tardi… Nel 2013 ci saranno le elezioni, ma poiché i responsabili politici del nostro Paese non vogliono cambiare le Istituzioni come richiesto dalla Merkel, il sottoscritto dalla Svizzera voterà scheda bianca, mentre se mi trovassi in Italia voterei Lega Nord… Siamo senza via d’uscita, senza avvenire, hanno paura di cambiare... De Gaulle diceva: l’interesse nazionale, ma loro non vogliono comprendere... De Gaulle disse inoltre: solo una direzione centrale forte può permettere al governo di funzionare (un Presidente eletto dal popolo e una legge elettorale a due turni con maggioritario. De Gaulle volle che i Francesi andassero a votare due volte, così facendo i partiti si riducono come numero allo stretto necessario, ma da noi dicono no). Berlusconi lo ha compreso, ma gli altri non vogliono comprendere. Siamo senza un futuro migliore, senza un avvenire che ci conduca a un cambiamento. Con distinti saluti” (Armando Casagrande).

In effetti, non c’è da farsi illusioni. Nulla o ben poco fa sperare che ci possa essere, in breve, un cambiamento sostanziale della nostra Costituzione, della legge elettorale e della riduzione dei benefici economici dei quali godono i nostri politici. Perché è vero che occorre una solida maggioranza per arrivare a certe modifiche; ma soprattutto è necessario che i Parlamentari pensino al bene del Paese, non alle loro tasche o, peggio, alle proprie ambizioni. Quelle che, a seconda della situazione del momento, fa dire e fare il contrario di quanto affermato e realizzato prima. E di esempi in merito ne potrei citare a iosa. Mi limito alla riforma costituzionale approvata, nonostante le spaccature all’interno della maggioranza, il 16 novembre 2005 (Governo Berlusconi), che prevedeva la realizzazione del progetto politico basato sul federalismo, voluto dalla Lega Nord; dava più poteri al Capo di Governo; riduceva da 630 a 518 i deputati e da 315 a 252 i senatori. Riforma bocciata dal referendum per istigazione di chi oggi dice di volere aggiornare in quel senso la Carta Costituzionale. 

Voltafaccia che si riscontrano anche a riguardo della legge elettorale, quel famoso “Porcellum” che il leghista Calderoli stese su pressione dell’on. Casini che oggi lo ripudia. Testo che quasi tutti i politici dicono di voler cambiare senza peraltro trovare un accordo in merito, nonostante le pressioni del Capo dello Stato. Per il semplice motivo che ciascuno propone il sistema, tedesco, francese, spagnolo o inglese, cioè quello che può garantire, più di altri, la vittoria del proprio partito. Qualcuno vorrebbe ritornare al Mattarellum, quel sistema maggioritario con quota proporzionale, che non garantì affatto una stabilità di Governo, né a Berlusconi né a Prodi, ma comportò un notevole aumento dei partiti con relativo loro fortissimo potere di ricatto, dando vita a Governi poco stabili ed inefficienti.

Certo, ciascuno è libero di pensarla come crede, in materia, ma tenendo conto pure del fattore economico. In Italia ogni presidente di seggio riceve 150 euro al giorno, mentre gli scrutatori devono accontentarsi, si fa per dire, di 120 euro. E, siccome, per legge, ogni sezione elettorale non deve avere più di 1200 iscritti, il maggioritario a doppio turno, proposto dal mio lettore, comporterebbe un costo elevato, con aumento del debito pubblico. Al quale contribuiscono le Province, ormai inutili e che andrebbero abolite. Eliminazione alla quale si oppone soprattutto la Lega, il partito preferito da chi mi scrive. Certo, un Paese democratico funziona se ha una buona legge elettorale che non comporti una spesa eccessiva. Ma anche se si basa su una Costituzione che dia poteri al Capo di Governo e al Capo di Stato e che vincoli i Parlamentari al partito per cui sono stati eletti. Modifiche e comportamenti ostacolati dalle ambizioni e dagli interessi personali dei nostri politici.

Egidio Todeschini  

15.9.2012