La crisi della politica e dei troppi partiti

Forse il problema maggiore d’Italia non è la crisi economica ma quella partitica. Troppe sigle, nessun programma, tante mutazioni di idee

 

A seguire la cronaca e la politica in Italia c’è da inorridire. Non solo per i continui assassini, furti e suicidi; per l’aumento, eccessivo, delle tasse che aggrava la situazione delle famiglie e delle imprese; per gli incendi che devastano il Paese; per gli scandali legati alla corruzione e all’esorbitante costo dei politici. A disgustare di più è rilevare, nei partiti nazionali, le diverse prese di posizione, i cambiamenti di opinione, le lotte intestine messe in atto con ingiurie e volgarità. Senza parlare delle sigle partitiche che aumentano giorno dopo giorno. Il che sconforta gli elettori, spesso incapaci di scegliere, se non il leader migliore, almeno il meno peggio. Purtroppo, non è una novità, ma fenomeno sempre in crescita. Ai primi 3, nati nel 1892 (Partito Socialista Italiano, dei liberali e dei repubblicani) si aggiunsero, tra il 1919 e il 1926, quelli cattolici (Democrazia Cristiana, Partito Popolare fondato da don Luigi Sturzo), Partito Nazionale Fascista e Comunista. Quest’ultimo, nel secondo dopoguerra, grazie al presunto ruolo svolto nella Resistenza, diventa il rappresentante della classe operaia e il secondo partito italiano, in opposizione ai Governi centristi della DC. Il che ha condizionato il sistema politico nazionale.

In effetti, mentre negli altri Paesi europei la presenza di forti partiti, privi di legami con l'Urss, consentiva l'alternanza di governo, in Italia la pregiudiziale antisovietica la rese di fatto impossibile. Da qui la permanenza ininterrotta al potere per oltre mezzo secolo della DC che, non avendo mai avuto voti sufficienti per governare, fu obbligata ad allearsi ai partiti laici (Liberale, Socialista Democratico e Repubblicano) con i quali doveva in qualche modo accordarsi. Ne derivò la cosiddetta partitocrazia, con l'inevitabile corollario di corruzione, nepotismo ed inefficienza, conseguente perdita di credibilità ed autorevolezza, fino al crollo del 1992 (inchiesta Mani Pulite), cui seguì la nascita di partiti "personali", tra gli altri Forza Italia, creata nel 1993 da Berlusconi, o “di protesta”, come la Lega Nord di Bossi. Si giunse così, in teoria, ad un sistema bipolare che però non ha comportato la riduzione delle infinite sigle partitiche, a dispetto delle leggi elettorali approvate per cercare di farle diminuire.

E’ vero che nel 2006, dopo l'ultima riforma, si presentarono due coalizioni per le elezioni politiche: la Casa delle Libertà, di centro-destra, e l'Unione, di centro-sinistra, fondata da Prodi che vinse le elezioni. Ma, proprio perché “coalizione”, visse crisi e scissioni. Come quella del 2008, vinta da Berlusconi (PDL) che ha visto aumentare i simboli presenti in Parlamento, ben 15, dai 7 originari. L’un contro l’altro armati. E che, ai reciproci attacchi, agli insulti e alla mancanza di precisi programmi, aggiungono anche incomprensibili e stupefacenti cambiamenti di opinione e notevoli divergenze d’idee tra gli appartenenti allo stesso partito. Non sorprendono i duri botta e risposta tra Bersani e Grillo; i non nuovi attacchi di Di Pietro a questo o quel politico, Capo dello Stato compreso; i ripetuti insulti al Cavaliere, le reciproche accuse di fascismo ed antifascismo o le incertezze sulle possibili, future alleanze. Né, a rigore, il sorgere di nuove liste partitiche create per interessi personali o disaccordo. Tutto ciò fa parte, della prassi normale e quotidiana, anche se basata su stereotipi ormai logori, ad esempio nella sinistra che ha vissuto negli anni una fitta storia di scissioni, scomuniche, lotte intestine e scontri fratricidi, tanto da dare origine a 4 partiti comunisti.

Sorprende di più registrare le diverse prese di posizione, da parte di alcuni politici e giornalisti, nei confronti del numero troppo alto di fiducie richieste ed ottenute dal governo Monti. O delle incongruenze di Di Pietro che chiede un referendum per fare abolire il rimborso statale per quanto speso per raccogliere le firme, ma intanto intasca, dallo Stato, quindi a carico dei contribuenti, un milione di euro per quelli da lui indetti in precedenza! Ed anche delle divulgazioni, sui quotidiani, delle intercettazioni telefoniche fatte dai magistrati. Quando, per limitarne la diffusione, se ne occupò il Cavaliere ci fu una notevole ribellione da parte dei giornali e dei politici di opposizione che ritennero il testo legislativo presentato dal Governo (e mai passato in discussione in Parlamento!) elaborato solo per interesse personale. Ora che a farne le spese è Napoletano cui sono state intercettate le telefonate con l’on. Mancino circa l’eventuale trattativa “Stato-Mafia” messa in atto dall’ex Governo democristiano, molti esponenti della sinistra - ma non solo - sparano contro il procuratore Ingroia che si è permesso di effettuarle e, forse, di renderle pubbliche. Non pochi cambiano parere: tra gli altri, Di Pietro, prima favorevole ad una legge che le limitasse, ora contrario perché “nasconde gli affari delle cricche”; idem Prodi e la Finocchiaro. Lo stesso Presidente della Repubblica solo ora si convince che le intercet­tazioni, e la loro pub­blicazione, tur­bano la convivenza. Ed invita a disciplinarle. Inevitabile il clima polemico che ne deriva. Di conseguenza non c’è da stupirsi, se, al momento del voto, gli elettori faranno registra­re il massimo delle astensioni e il mini­mo dei consensi. In attesa che si realizzi l’invito del Card. Bagnasco che recentemente ha consigliato di “rifondare la politica e lo Stato”. Ammesso e non concesso che l’esortazione sia accolta.

Egidio Todeschini

  31.8.2012