Il degrado annienta la storia nazionale

E’ necessario conservare i nostri tesori artistici che invece vanno deteriorandosi sempre di più. Per la pioggia e i pochi restauri

 

Continuano, a dispetto dell’art. 733 del Codice penale che, in teoria, punisce chi danneggia i monumenti di interesse storico, nonché le bellezze naturali,  l’abbandono ed il deterioramento dei nostri beni culturali e delle città, patrimonio che racconta al mondo le origini e la vita del nostro Paese. La cui conservazione dovrebbe essere scopo primario dei politici e del popolo. Obiettivo non mantenuto per risorse a volte insufficienti, ma anche per incapacità gestionali e per politiche inadeguate. Ne consegue un interminabile elenco di furti e, soprattutto, di crolli e distruzione di territori ed opere d’arte che fecero dell’Italia uno dei Paesi più belli e culturalmente più ricchi. Sono parecchie, troppe, le costruzioni antiche parzialmente diroccate o crollate a Napoli, Bologna, Cagliari, Torino, Vicenza, Frosinone, Bolsena (Vt), nonché sulle colline marchigiane, nel Reggiano, nell’Emilia Romagna, in Puglia, Campania, Basilicata o Calabria. A settembre del 2013 a Padova fu distrutta, da un camionista in retromarcia, la statua della Gatta, monumento che indicava il punto più alto della città e ricordava la guerra del 1209 alla rocca di Este. Ed è del 22 marzo scorso, l’incendio scoppiato a Napoli, nella Galleria Umberto I dove, durante la notte, ha preso fuoco una delle baracche nelle quali si riparano alcuni clochard, causando danni ai marmi e al porticato, anneriti dal fumo. A Caserta va in pezzi la Reggia del Vanvitelli, patrimonio dell’Unesco dal 1997.

Non si sono salvate neppure Roma e la campagna romana, ove, per dar vita a negozi o abitazioni, sono stati distrutti moltissimi monumenti: necropoli, templi, acquedotti, ponti, terme, teatri, anfiteatri e case patrizie. Praticamente non ci sono città, paesi e territori che non abbiano, più o meno volutamente, perso, per abbandoni e distruzioni di ogni tipo, edifici che raccontavano al mondo il loro passato e la storia nazionale, benché nel 1878 Rodolfo Lanciani, uno dei più grandi archeologi romani di tutti i tempi, chiedesse maggiore attenzione al patrimonio archeologico italiano, in rovina a causa della distruzione di ville storiche, operata esclusivamente per ragioni affaristiche legate alla crescita edilizia del territorio urbano. Moventi che continuano. Se l’abbandono, il degrado e i forti temporali stanno distruggendo Pompei, Sibari, Crotone, Ancona, Paestum e Cales, città dell'antica popolazione italica degli Ausoni sita sull’attuale via Casilina, non mancano neppure gli abbattimenti, a volte autorizzati dal sindaco, come avvenuto nel Comune di Torre Annunziata dove, per creare un nuovo supermercato, si sarebbe distrutto l’ottocentesco Teatro Moderno, se non fosse stata una ribellione. Fatti che avvengono un po’ ovunque e che hanno comportato l’abbattimento del 20% di monumenti, assottigliando così il patrimonio archeologico d’Italia. Tanto poco tutelato da spingere il senatore dell'Udc, Antonio De Poli, a rilevare che “serve una riflessione sull'utilizzo dei nostri centri storici”. Non a caso il Presidente della commissione nazionale italiana dell’Unesco, Giovanni Puglisi, aveva avvertito il Governo italiano che “ha tempo fino al 31 dicembre 2013 per adottare misure idonee per Pompei” ove abbondano le infiltrazioni d'acqua, mancano le canaline di drenaggio, il personale è carente e aumentano le costruzioni improprie. Ed anche il sottosegretario Ilaria Borletti Buitoni dell’allora Governo Letta ritenne doveroso intervenire, riconoscendo che “il problema non sono i soldi”, ma il varo di un piano complessivo di gestione e valorizzazione.

Che manca nella cittadina latina distrutta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C, se tutt’oggi 56 edifici o zone non sono visitabili, 51 per carenza di personale, 26 per restauri. Che non si fanno o vanno avanti per anni, come la casa della Colonna etrusca, chiusa dal 1980; o la Casa dei Vetti, con l’affresco di Priapo, mai aperta in 2 decenni. E tante altre, tra le quali le due Casa Fontana, la piccola e la grande. Reperti storici dove si registrano continue distruzioni a causa del maltempo, ma anche della scarsa manutenzione, dei furti provocati dai visitatori o dell’imperizia dei restauratori, come successo alla Domus dei Gladiatori, sbriciolatasi a causa del peso di un tetto riparato, incredibile ma vero, con il cemento armato! Certo, ci vuole abilità tecnica e buona volontà per salvare un sito archeologico che, come ha rilevato Sergio Rizzo su il Corriere della Sera, ormai è diventato “simbolo di tutte le sciatterie e inefficienze di un Paese che ha smarrito il buon senso”. Ovvio che restaurare tutto costa e non poco. Ma davvero i soldi mancano? A parte che l’Unione Europea ha versato 105 milioni di euro per rimettere in sesto Pompei, basterebbe ridurre gli emolumenti dei politici e dei burocrati super pagati ed invitarli a farsi carico, con generose offerte, delle operazioni di restauro, come ha fatto, a Quarto (Na), la Compagnia di San Paolo per rimettere in sesto due antiche effigi sacre nella chiesa di Santa Maria della Castagna. Altrimenti non riusciremo a salvaguardare l'Italia, la sua ricchezza, i suoi beni artistici e culturali provenienti dalla storia secolare e dalle tradizioni regionali. A danno della bellezza della Penisola.

Egidio Todeschini