Il coraggio e l’umiltà di Benedetto XVI

Le sue dimissioni hanno sorpreso e addolorato. Motivate da debolezza fisica ma anche dal desiderio di rinnovare la Chiesa

 

 

La notizia delle dimissioni del Pontefice ha inevitabilmente stupito e sconvolto tutto il mondo, anche perché sono state pochissime nella storia: il primo fu San Clemente, terzo successore di Pietro, nel I secolo dopo Cristo. Lo seguirono Ponziano nel 235, Silverio nel 537, Benedetto IX nel 1045. Poi quel Celestino V che, secondo Dante, aveva fatto “per viltade il gran rifiuto”, ma che poi fu riconosciuto santo. L’ultimo fu, nel 1415, Gregorio XII. Quella di Benedetto XVI è stata, però, una decisione tutt’altro che improvvisa ed inaspettata, dovuta alla “saggezza umana e cristiana di chi vive davanti a Dio nella fede in libertà di spirito, conosce le sue responsabilità e le sue forze, e indica con la sua rinuncia una prospettiva di rinnovato impegno e di speranza” (Padre Federico Lombardi). Decisione presa, quindi, in quanto convinto che la funzione papale richieda vigore fisico, ma soprattutto serenità d’animo. Venuta meno anche a causa dei tanti scandali e problemi sorti nel corso dei suoi quasi 8 anni di pontificato, dalla piaga della pedofilia di alcuni sacerdoti al caso Orlandi e l’intreccio con la banda della Magliana; dai buchi di bilancio di alcuni istituti cattolici alle vicende giudiziarie di Vatileaks. Contrarietà alle quali Papa Ratzinger ha cercato di porre rimedio, ricevendo solo contestazioni: ha chiesto scusa per i preti pedofili ma un tribunale del Texas lo ha imputato. Ha perdonato i vescovi lefevriani, per riconciliarli alla Chiesa, e si è trovato contro la comunità ebraica, poiché uno di questi negava la Shoah. Ha teso la mano all'Islam che, però, ha reagito violentemente alla citazione, vecchia di secoli, fatta a Ratisbona. Ha dichiarato il suo amore speciale per l'Italia e l'Italia gli ha negato l'aula dell'Università di Roma per un discorso. Qualcuno ha imputato tutto ciò alla sua incapacità di governo; accusa contestata da chi, invece, lo definisce “eroico ad affrontare il problema degli abusi” e gli riconosce “un altro atto importante di governo” la nomina del Card. Bertone, per “dare un segnale alla Curia, voltar pagina… Questo però ha provocato commenti, reazioni”.   

Inevitabile che le dimissioni abbiano dato origine a quello che Pierluigi Battista, sul Corriere della Sera, definisce un “chiacchiericcio sgangherato”. Dettato in gran parte dal confronto tra Giovanni Paolo II, che sopportò fino alla morte la sofferenza e l’inabilità fisica, e Benedetto XVI che, al contrario, preferisce ritirarsi, dopo essere “pervenuto alla certezza che... nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito”. Insufficiente, quindi, per svolgere il compito di  riportare Cristo nel cuore di chi Lo ha dimenticato o messo da parte. Europei in primis, benché vivano nel continente in cui è nato il Cristianesimo, ma che ora registra il crollo demografico, la secolarizzazione, il relativismo e il fallimento della famiglia tradizionale.

Un gesto estremo, il suo, e coraggioso, compiuto per invitare la gente e gli ecclesiastici ad affrontare le sfide della secolarizzazione. E per difendere il Cattolicesimo in agonia in Europa, e non solo, a causa dei frequenti divorzi, della scarsa misericordia, delle decisioni ritenute lecite, quali l’aborto, l’eutanasia o l’unione coniugale degli omosessuali. Ma anche del laicismo illuminista, delle ideologie del XX secolo, di quel nichilismo che distrugge i principi della vita e della famiglia. E pure, come riconobbe Papa Ratzinger tempo fa, perché le sofferenze della Chiesa “vengono proprio dall'interno… Oggi vediamo in modo realmente terrificante che la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa”. Un’ammissione coraggiosa e responsabile, imposta dalla deriva di una Istituzione passata, in pochi anni, da maestra di vita a peccatrice. E che, anziché confortarlo e sorreggerlo, è apparsa impegnata in giochi di potere e lotte fratricide. Una lunga catena di conflitti, manovre, tradimenti che lo ha spinto a dimettersi per far posto ad “una guida… non indebolita dall'età”. Gesto indubbiamente dettato da un profondo senso di responsabilità e di amore per la dimensione spirituale del Cattolicesimo; e da quel tormento interiore che lo spinse, nel 2009, a lasciare il suo pallio sulla tomba di Celestino V. Ed ora a dare le dimissioni dal suo ruolo di guida. Un gesto di grande portata; una decisione difficile, ma coraggiosa, dettata da una profonda fede e dalla convinzione che “nel mondo di oggi” la barca della Chiesa, la più antica, la più vasta, la più variegata istituzione della Storia, ha bisogno di un timoniere nel pieno del vigore “sia nel corpo sia nell’animo”.

Noi possiamo domandarci che cosa potrà fare il successore di Benedetto XVI per ridare alla Chiesa la forza per rievangelizzare l'Europa e ricristianizzare l'Occidente, l’una e l’altro entrati in crisi profonda a causa del relativismo culturale e religioso. E per testimoniare che Gesù è il protagonista di una storia vera. La risposta ce la darà lo Spirito Santo.

Egidio Todeschini

 

3.3.2013