Dissesto ambientale: meglio prevenire

Sempre molte le vittime dopo un ciclone. Colpa della Natura ma anche dell’incuria del territorio e degli abusi edilizi

 

Come se non bastassero a rattristarci i problemi politici che assillano l’Italia, ci si mettono anche le piogge autunnali che procurano danni notevoli e soprattutto morti. L’anno scorso a soffrirne furono Liguria e Toscana, ora ad essere maggiormente colpita è la Sardegna centro settentrionale, in particolare la zona di Olbia, messa in ginocchio, nella notte tra il 18 e il 19 novembre, dalle piogge intense (470 mm in 12 ore, pari alla metà della media annuale) e dalle violente raffiche di vento del Ciclone Cleopatra che ha generato l’ennesima catastrofe ambientale. La portata eccezionale delle precipitazioni ha provocato danni territoriali notevoli, causati da esondazioni ed allagamenti, nonché 17 vittime, alcuni dispersi e centinaia di sfollati. Tragedie e disastri registrati anche in Abruzzo, Marche, Puglia, Calabria e Basilicata. Fatti che, purtroppo, si ripetono ogni anno sul nostro Paese, dovuti alla violenza delle precipitazioni ma, soprattutto, ai tanti abusi perpetrati sul territorio: estirpazione della vegetazione, eccessiva urbanizzazione, alterazione dei pendii e dei corsi d'acqua. Interventi “contro natura” che non ne rispettano gli equilibri. Ai quali si aggiungono spesso la carenza di manutenzioni ordinarie e l’insufficiente monitoraggio. E, principalmente, l’indifferenza delle Istituzioni locali. Certo, l’Italia ha una alta densità di popolazione, pari a 189 abitanti per Km quadrato, ben superiore alle medie europee. Ma ciò impone - o dovrebbe imporre alle Istituzioni nazionali e locali - la necessaria manutenzione del territorio e l'efficienza delle reti di deflusso idraulico, onde evitare i rischi idrogeologici che trasformano la nostra Penisola in quel tallone d’Achille che comporta vittime, l’inevitabile aumento della povertà e la distruzione di ponti, strade, macchine, fabbriche e case. Nonché l’abbattimento di reperti storici.

Tragedie che, secondo il WWW Italia, sono da considerarsi prevedibili, ma non sufficientemente tenute in considerazione. Afferma, infatti, che “negli ultimi 20 anni, per ogni miliardo stanziato in prevenzione ne abbiamo spesi oltre 2,5 per riparare i danni”. Come necessario fare ora in Sardegna le cui rovine, con conseguenti vittime, sono dovute “all’insufficienza della luce sotto i ponti e alla scarsa manutenzione fluviale”, anche se i 459 millimetri di pioggia caduti in poche ore “rappresentano un fatto eccezionale”. Da qui l’urgenza di una rapida e concreta azione preventiva, sottolineata anche da Legambiente secondo la quale le precipitazioni, sempre più intense, frequenti e dovute ai cambiamenti climatici in atto, danneggiano il territorio italiano “reso più vulnerabile dal consumo del suolo” che, negli ultimi 30 anni, ha, tra l’altro, visto abbandonare, in montagna e collina o cementificati in pianura, 3 milioni di ettari di terreno coltivato. Non a caso entrambe le associazioni chiedono i fondi previsti e mai stanziati finora, il cosiddetto Piano di adattamento ai cambiamenti climatici e manutenzione del territorio proposto un anno fa da Clini, all’epoca Ministro dell’Ambiente. Anche perché, secondo i loro portavoce, “questi eventi si moltiplicheranno sempre di più in futuro”. Ne consegue che l'Italia deve essere preparata a contrastarne gli effetti, essendo molti i rischi legati al dissesto idrogeologico. Da ciò l’augurio delle suddette federazioni che i mezzi finanziari siano adeguati alle reali necessità del Paese e non “limitati, per il 2014, a quei 30 milioni previsti dalla Legge di stabilità in discussione al Senato”.

Fa bene Marco Flavio Cirillo, sottosegretario al Ministero dell’Ambiente, a dire che “è arrivato il momento di rivedere le priorità all’interno del bilancio dello Stato e mettere la prevenzione del dissesto idrogeologico tra i primi punti”, pianificando le spese “senza andare a toccare le tasse”, onde sostenere “un programma di interesse nazionale per la cura e il mantenimento del territorio”. Ma non basta: occorrerebbe tutelare di più i reperti che documentano storia e cultura italiane sviluppatesi nei secoli. Per esempio, il sito archeologico di Pompei ove, a causa di un paio di temporali, in 10 giorni sono crollati muri, stucchi ed intonaci. O la Reggia di Caserta, ormai ridotta a uno stato comatoso, a dispetto degli impegni governativi in merito. Distruzioni delle quali stampa e Tv hanno parlato poco, probabilmente per non mettere in evidenza la carenza di protezione e tutela che, da anni, rende difficile la conservazione dei monumenti storici nazionali. A detta di alcuni esperti di climatologia, questi eventi estremi saranno sempre più numerosi in futuro e l'Italia intera deve prepararsi a contrastarne gli effetti. Per salvare vite umane, non indebolire ulteriormente l’economia nazionale, non vedere distrutti case, scuole, ospedali, fabbriche, centri commerciali e artigianali, negozi e monumenti. Difendersi non è semplice ma certo non impossibile. Soprattutto doveroso. Necessarie, quindi, le commissioni ambientali di controllo, che qualcuno auspica, formate da tecnici, possibilmente non super pagati, presso i Comuni. Certo, servono ma non bastano i 20 milioni di euro per i primi aiuti stanziati dal premier Enrico Letta per far fronte all’attuale disastro. Rappresentano un nonnulla rispetto ai 4,1 miliardi di euro necessari per mettere in sicurezza l’Italia ed i suoi patrimoni territoriali e culturali. Sono intollerabili le annuali immagini di morte e distruzione dovute all'abuso e allo scempio del territorio, spesso volutamente ignorati dai politici. Per abolirle occorre meno emergenza, più prevenzione. Principalmente, meno sprechi e minore incuria delle Istituzioni.

Egidio Todeschini

 

7.12.2013