Non tutte le leggi meritano consenso

Contestabile quella sul divorzio breve. Discutibili, anche se svuotano un po’ le carceri, le norme che riducono le pene a chi spaccia droga

 

 

Non sempre i nostri parlamentari legiferano con saggezza e, tanto meno, si occupano dei veri problemi nazionali. Non pochi, a giudicare dai suicidi effettuati per disperazione, a causa della crisi economica e delle tasse incrementate per ridurre il debito pubblico, mentre basterebbe abbattere le eccessive spese statali, comprese quelle del Quirinale. Anche la corruzione e concussione che hanno portato all’arresto di politici ed imprenditori a Venezia (caso Mose) ed a Milano (Expo), sono dovuti soprattutto alle mai modificate leggi burocratiche che allungano troppo i tempi ed i costi di realizzazione dei lavori. Carenze legislative alle quali si aggiungono alcune decisioni della Corte Costituzionale, come quella che ha annullato, per incostituzionalità, la legge Fini-Giovanardi e ripristinato la distinzione tra droghe pesanti e leggere. Sentenza da cui è derivata la disposizione della Cassazione grazie alla quale potranno quanto prima uscire dal carcere circa 9mila detenuti condannati per spaccio di droghe leggere, in quanto la reclusione, in mancanza del reato di associazione a delinquere, è ridotta a 4 anni, invece dei 6 finora previsti. Una decisione che, secondo Maria Berruti, direttrice del massimario della Cassazione “mette l’Italia al passo con la giurisprudenza di Strasburgo ed… in regola con la Carta di Diritti dell’Uomo”. Ma che rischia di avere conseguenze pericolose.

Certo, “l’applicazione del provvedimento non è immediata”, sottolinea il coordinatore Alessio Scandurria, in quanto "non si tratta di un procedimento istantaneo e automatico. E' necessario che la persona interessata si attivi e chieda la nuova determinazione della pena, ovviamente al ribasso. E molto dipende dei tempi della Magistratura”, estremamente lunghi, anche perché, come ha rilevato il CSM, almeno 100 giudici o procuratori svolgono anche altri lavori. Non si può, però, escludere che, una volta scarcerati, non tornino a spacciare. Senza, tra l’altro, correre troppi rischi, anche perché, grazie al comma che impedisce di arrestarli, restano a piede libero fino al termine del processo, ammesso che si faccia, in quanto un’altra disposizione “garantista”, entrata in vigore nelle settimane scorse, lo rende impossibile in caso di contumacia. Senza contare i soggetti socialmente pericolosi liberati, grazie alla legge del 5 giugno scorso che ha disposto, senza prevedere le necessarie misure sanitarie, sociali e giudiziarie, la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari. Con gravi conseguenze per la sicurezza della collettività, se libera criminali come Kabobo che, a Milano, uccise a picconate tre passanti, rei solo di essersi trovati davanti a lui. O Fedchenko, il pugile che massacrò a pugni la prima donna che incontrò per strada, una mamma filippina di 41 anni. Da qui l’allar-me lanciato da un giudice di Roma, Paola Di Nicola, minimizzato dal sottosegretario alla Giustizia, Cosimo Ferri, certo che “gli internati non saranno abbandonati, ma affidati a strutture sanitarie”. Cosa, però, finora non prevista.

  Leggi e decisioni insensate che, forse, hanno spinto al recente assenteismo elettorale. Specialmente i felicemente coniugati, ai quali interessa poco sapere che i Deputati hanno approvato, con 381 voti favorevoli, la legge sul divorzio breve, riducendone i tempi a 12 mesi, se richiesto da un solo consorte, e a 6 mesi per le consensuali, indipendentemente dalla presenza o meno di figli. Prima riforma che ha avuto l’accordo di 6 partiti (M5S, Pd, Fi, Sc, Sel e Fdi), tanto da suscitare un applauso. E considerata dal suo relatore, Luca D’Alessandro (FI), una “conquista civile … ottenuta dopo 40 anni dal referendum sul divorzio”. Vittoria che la deputata Eugenia Roccella del NCD, invece, contesta, ritenendola “una legge ideologica che vuole indebolire il matrimonio, rendendolo sempre più simile a un semplice patto di convivenza”; e che trasforma la famiglia a fatto privato, “non un bene comunitario alla cui unità è riconosciuto valore anche dalla Costituzione”. Trattasi di una norma valida anche per i procedimenti in corso, che da diverse legislature il Parlamento provava a varare senza successo; essa interviene solo sui tempi procedurali, senza toccare gli altri aspetti, in particolare la tutela dei figli minori, che continuano a essere garantiti dalle norme preesistenti. Indubbio che ne deriverebbe una notevole riduzione delle spese, tribunalizie ed avvocatesche. E che sarà più facile formare una nuova famiglia dopo il divorzio. Ammesso che si possa ancora chiamare “famiglia” quella che non accetta le responsabilità di una coppia e la sua insostituibile funzione di educare i figli. Trattasi di un declino dell'istituto matrimoniale tipico della attuale società che riconosce all’individuo il diritto a non assumersi le responsabilità delle proprie decisioni, ritenute ribaltabili, anche quando a soffrirne sono i figli, soprattutto se ancora bambini. Concezione immemore del fatto che il matrimonio è un'istituzione da salvaguardare. Restituendole i valori che aveva una volta.

Egidio Todeschini