La buona scuola che ancora non c’è

Voluta e fatta approvare da Renzi non sembra così valida come preteso. Crea infatti diversi problemi. Ecco i motivi che spingono a criticarla

 

 

Approvata il 9 luglio 2015 dopo un ampio dibattito parlamentare, è entrata in vigore il 16 dello stesso mese. Lo scopo, secondo l’ex Ministro dell'Istruzione, Stefania Giannini, è quello di “scommettere sull’istruzione come asse strategico dello sviluppo e della crescita del Paese”, nonché d’investire “sul capitale umano del nostro Paese, nella convinzione che questa sia la leva più efficace per consentire ai nostri giovani di affrontare le sfide della modernità e della globalizzazione con competenze e conoscenze avanzate”. Motivi che spiegano la scelta e la priorità del Governo, benché non siano mancate, durante la discussione parlamentare, difficoltà e critiche.

Alle quali, poi, si sono aggiunte quelle di molti alunni ed alcuni docenti. Tra questi il prof Leopoldo Pagnutti, insegnante di italiano e storia, la disapprova convinto che sia giusto attuare e rispettare leggi e decreti, ma “in alcuni casi, e questo è uno di quelli, l'osservanza della norma ci mette in una situazione sgradevole ed anche ingiusta: si evidenzia infatti che l'attenzione dell'istituzione scolastica non è centrata sull'allievo, ma su altri fattori e questo non mi sembra una buona cosa”.

In effetti, la legge prevede un “Piano Nazionale Scuola Digitale” (che riconosce a tutte gli istituti scolastici il “diritto ad Internet), l’alternanza scuola-lavoro e la valutazione dei dirigenti scolastici. Nonché la dovuta e necessaria attenzione alla formazione del personale della scuola ed i fondi per migliorare l’edilizia scolastica, se necessario. Al che si aggiungono il concorso per altri 63.712 cattedre fatto nel 2016 e l’assunzione di 90.000 nuovi insegnanti.

Il che, in teoria, fa pensare che sia stata varata un’ottima legge che migliora il sistema scolastico nazionale. Ma i motivi che spingono a criticarla sono tanti. Non ultimo quello di sostituire, per effetto delle nuove nomine, i professori di sostegno previsti per gli alunni psicologicamente disabili. I quali, a dispetto delle loro problematiche, dovranno abituarsi ad un nuovo metodo scolastico e ad una nuova persona. Il che, ad Udine, ha fatto scoppiare in lacrime un bambino, abituato alle battute ed alle ironie del precedente insegnante. Fatto che si è verificato anche in altre città.

Al quale, purtroppo, si sono aggiunte altre grane dovute alla trasmigrazione di migliaia di docenti meridionali verso le regioni del Nord, l’esito negativo del concorso che ha bocciato un eccessivo numero di concorrenti, le quotidiane dimissioni e sostituzioni di commissari giudicanti e la non effettuata cancellazione delle supplenze che, invece, continuano a proliferare. Ne è conseguito che l’anno scolastico è iniziato con un numero notevole di professori mancanti ed il ritardo con cui sono designati i supplenti. Un’assenza di insegnanti che ha spinto diversi dirigenti scolastici a ridurre l’orario settimanale o a nominare docenti temporanei.   

Carenze ed insegnanti provvisori registrati a Nord, al Centro e, soprattutto, al Sud della Penisola dove, a settembre dell’anno scorso, ammontavano a 11mila e 500, anche a causa dei tanti meridionali che preferiscono insegnare nell’Italia settentrionale. Esodi che alcuni esponenti del Governo di Renzi avevano dichiarato di voler impedire o, quanto meno, ridurre. Anche grazie alla prevista, ma non effettuata, trasformazione “dell’organico di fatto in organico di diritto”, con 5.300 cattedre in Lombardia, 2.800 in Campania, 2.700 in Emilia Romagna, 2.500 nel Veneto, 2.300 in Toscana e 2.200 in Sicilia.

 Intanto, a farne le spese, sono gli studenti che, non avendo gli stessi professori nei diversi anni scolastici, imparano poco e male a causa anche del mancato rapporto tra alunno ed insegnante. Il che può spingerli a comportamenti di disturbo, a scarsa voglia di apprendere e di stare attenti. O, addirittura, a non frequentare regolarmente le lezioni, con un conseguente rendimento scolastico inferiore alle reali capacità di apprendimento. Anche perché sanno che ormai basta una media del 6 per potersi iscrivere all’Università.

Rischi che non saranno risolti con la modifica del reclutamento di docenti delle scuole medie e superiori. Miglioria che la nuova legge pensa d’introdurre modificando le modalità di nomina dei professori. Che, dal 2020, otterranno la cattedra, dopo aver seguito un corso “triennale di formazione e tirocinio”, retribuito con compensi statali crescenti, solo se supereranno un concorso, eseguito ogni due anni su base regionale per un numero di posti corrispondente al fabbisogno delle scuole pubbliche. Quindi, non più solo “abilitati” all’insegnamento, bensì “promossi” da una commissione presieduta da un preside e composta da professori universitari. Da augurarsi competenti e non corruttibili.

6.2.2017,  Egidio Todeschini