Dalle parole ai fatti il passo è breve

Gli insulti e le ingiurie che abbondano sul web finiscono, prima o poi, con lo stimolare atti criminali. Che infatti abbondano   

 

 

Il 12 maggio scorso Enrico Mentana, direttore del Telegiornale de La7, ha comunicato di essersi ritirato da Twitter e pubblicato su il Corriere della Sera un articolo per spiegarne i motivi, riconducibili al fatto di aver trovato sulla Rete un numero considerevole di messaggi scritti da cafoni, adusi ad un linguaggio volgare. Maleducati che insultano coloro che hanno opinioni diverse dalle loro, non limitandosi a dissentire, come la libertà di opinione permette, ma optando per insolenze notevolmente triviali, a volte con vere e proprie minacce di morte. A dimostrazione che gli internauti godono a lasciarsi andare ai peggiori istinti; soprattutto ad oltraggiare coloro che hanno una certa notorietà. Vittorio Feltri, su il Giornale, scrive che “agiscono per spirito di rivalsa simile a quello dei tifosi da stadio che urlano «Dovete morire» ai giocatori della squadra avversaria”. Il che, ovviamente, alla fine irrita e spinge o alla querela per diffamazione, accolta se il magistrato la ritiene opportuna e se riesce ad appurare il colpevole; o, come ha fatto Mentana, ad abbandonare il web. Il che, però, non basta, perché questa barbarie, prima o poi, si riversa nella realtà, spingendo spesso ad aggressioni fisiche. A stare alle cronache giornalistiche, anche degli anni passati, tali messaggi oltraggiosi e minacciosi sono stati frequentissimi.

Basta ricordare, per esempio, quelli (che non riporto per rispetto dei miei lettori) contro il cantante Gigi D'Alessio che, nel 2011, aveva deciso di partecipare al concerto organizzato da Letizia Moratti per la chiusura della campagna elettorale a Milano, nella quale si presentava contro Pisapia, attuale sindaco della metropoli lombarda. Né più educati e meno violenti i commenti contro la consigliera comunale di Bologna, Federica Salsi, del M5S, alla quale, per aver partecipato ad una puntata di Ballarò, si è augurata “la morte politica” e fisica. Ne ha subite tante anche il giornalista parlamentare Marco Frittella che, a febbraio scorso, aveva criticato Beppe Grillo. Il tutto alla faccia della libertà di pensiero. E della promessa, fatta da Facebook nel 2009, di eliminare i testi dai contenuti offensivi e violenti, perché “non sono permessi”. Impegno non mantenuto, a giudicare dalla pubblicazione della foto di una finta Laura Boldrini, totalmente nuda. Ovvio che l’attuale Presidente della Camera se la sia presa a male, benché, forse, eccessiva la reazione che l’ha spinta  a volere 7 poliziotti per stanare chi ironizza in rete, a licenziare i vertici della sicurezza che non si sono adoperati in fretta, nonché a fare pressioni su ministri e vertici della polizia. Incontestabile, tuttavia, il suo giudizio: “Le minacce, gli insulti, le intimidazioni, la violenza non sono mai accettabili, né dentro il web né fuori. Non c'è libertà senza sicurezza. E il web è il rifugio dei violenti”. Sorprende, invece, la diversa reazione del pm romano Luca Palamara che ha accolto la denuncia della Boldrini ed incriminato per diffamazione aggravata a mezzo stampa un giornalista, ma ha messo in archivio quella della presidente dell'associazione «Prima Difesa», Simona Cenni, nonostante la valanga di offese rotolatele addosso (tra le altre: “ti auguro ogni male del mondo”,  “spero che tu possa non riuscire a portare a termine la gravidanza”) per aver difeso due degli agenti coinvolti nella morte di Federico Aldrovandi a Ferrara (il quale nel 2005 aveva assunto, pare, sostanze stupefacenti ed alcool. Fermato da una pattuglia, sembra che abbia reagito come un “invasato violento”, al che i poliziotti si opposero, provocandone il decesso).

Fin qui la cronaca. Che dimostra chiaramente quanto gli insulti e le minacce via web non siano più solo parole: diventano pallottole che uccidono la libertà di opinione e, a volte, chi la esprime. E’ evidente che, per fermare l’imbarbarimento sociale che sta mettendo a rischio la società civile, occorrano più moralità e più educazione. Per insegnare, soprattutto ai giovani, a non alzare i toni e a non giustificare coloro che offendono chi la pensa diversamente; soprattutto a non alimentare l’ormai dilagante campagna d'odio e a non incattivire il dibattito pubblico. Altrimenti arrivano le pallottole e gli insulti. Come quelli spediti via web a Beppe Severgnini reo di aver criticato, sul Corriere della Sera e a Ballarò, il Movimento 5 Stelle; colpa per la quale ha raccolto una cascata di commenti aggressivi, come quello di uno sconosciuto Andrea il quale ritiene che il giornalista “non vale nemmeno il prezzo del colpo che meriterebbe ampiamente di ricevere in mezzo agli occhi”. Istigazioni che spingono a passare dall'invettiva all'assalto e alla violenza. Come, purtroppo, si registra ogni giorno.  

Tutti devono poter esprimere, senza correre rischi o sentirsi offendere, la propria opinione, la cui libertà è riconosciuta dalla Costituzione. Nessuno deve o può limitarla, salvo sanzionare se c’è diffamazione, indipendentemente dal colore politico di chi ne è colpito. Tocca allo Stato garantire il rispetto delle norme costituzionali. Ma spetta anche ai leader politici, agli insegnanti e ai genitori non eccedere nelle offese gratuite e, soprattutto, insegnare a controllare pensieri e parole. Ne consegue che le iniziative di legge, richieste anche dall’UE, volte a trasformare la rete non siano affatto liberticide, in quanto tendono a rafforzare la libertà di pensiero, ad impedire agguati e a far valere le norme già esistenti su calunnia e diffamazione. Perché in Italia non si può e non si deve continuare a vivere d'insulti, tanto meno di minacce. Sarà anche vero, come qualcuno sostiene, che non ci sia sempre un “collegamento tra toni minacciosi ed episodi di violenza”. Ma è tempo di voltare pagina.  

Egidio Todeschini

31.5.2013