Inaccettabile la violenza sulle donne

Il maschilismo trasforma spesso l’amore in strumento di possesso. Ma una legge non basta. Occorre più educazione e protezione

 

Si è svolta il 25 novembre scorso la giornata mondiale dell'Onu dedicata, dal 1999, ad ogni forma di oppressione nei confronti del sesso femminile. Evidente lo scopo: farne conoscere l’entità numerica, far fronte comune contro il femminicidio “in quanto donna” e combattere le concezioni culturali dalle quali dipendono le violenze. Come quelle che in Cina fanno praticare l’aborto selettivo delle bambine. O in Medio Oriente dove oltre 600 milioni di donne sono costrette a vivere in Paesi in cui la sopraffazione domestica non è un reato; sopravissuta, però, anche nel mondo occidentale ove solo da una ventina d’anni è stata oggetto di studi, provvedimenti e sondaggi che non hanno, comunque, risolto il problema, se continuano le uccisioni delle donne, compiute magari dopo anni di maltrattamenti. Nell’anno corrente in Italia sono state 2632 le vittime, 119 delle quali (101 nel 2006, 137 nel 2011) uccise da parenti, dal marito, compagno o ex fidanzato. Come dire che ogni due/tre giorni ne muore una. Non a caso, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ritiene che, nel mondo, la prima causa di morte delle donne tra i 16 e i 44 anni è l’omicidio. Dato sorprendente che negli anni Novanta non era noto.

Il che ha spinto le depu­tate Giulia Bongiorno (Fli) e Mara Carfa­gna (Pdl) a stilare un disegno di legge per punire il femmini­cidio con l’ergastolo (attualmente la condanna è di 24 anni) ed a sperare che, “vista l’emergenza”, sia approvato in questa legislatura. Il testo prevede anche una sanzione da 1 a 5 anni di galera per chi costringe una donna con violenze e minacce a coniugarsi contro la sua volontà. Forzatura che avviene soprattutto tra gli immigrati che, secondo le onorevoli, “nella loro cultura prevedono i matrimoni forzati”, nonché lo stupro o la vendita di ragazzine. Almeno 33, in un anno, le straniere, spesso minorenni, costrette a sposare all’estero (soprattutto in India, Albania, Marocco, Francia e Pakistan) un uomo scelto dai genitori che, secondo Barbara Spinelli della Cedaw, pretendono di “decidere sulla vita delle figlie, privarle della libertà di scegliere se e con chi sposarsi”. Chi cerca di ribellarsi è segregata in casa e punita con botte, violenze psicologiche o con la morte, sempre che non sia la vittima a suicidarsi per disperazione (7 al giorno nell’Unione Europea). Abusi che non avvengono solo in Italia: in Inghilterra ogni anno 8mila ragazze con passaporto inglese contraggono il matrimonio contro la loro volontà. Il 30% di queste è minorenne, il 15% ha meno di 15 anni. Fenomeno in crescita anche in Svizzera: da uno studio dell’Università di Neuchâtel, eseguito per conto dell’Ufficio federale della migrazione, è emerso che dal 2010 ad oggi circa 350 donne, tra i 18 e i 24 anni e provenienti dai Paesi balcanici, dalla Turchia e dallo Sri Lanka, sono state costrette a maritarsi; a queste si aggiungono le 10.700 bambine sottoposte a mutilazione genitale e le 390 obbligate a mettere fine a una relazione scelta liberamente, nonché le 660 alle quali è stato impedito di avviare una procedura di divorzio.

Violentare fino alla morte le donne è un delitto culturale che tutti, uomini compresi, dovrebbero contrastare, perché è la negazione del principio di parità e di uguaglianza. Ma non basta una legge per salvaguardare il sesso femminile. Occorre soprattutto maggiore educazione famigliare e scolastica. Quella formazione culturale che dovrebbe far capire che tale violenza maschile non è legittima, ma conseguenza di pregiudizi legati alla virilità, all’onore e ai diversi ruoli maschili e femminili nella coppia e nella società; soprattutto che “amore” non significa possesso della donna cui chiedere obbedienza assoluta, negandole la libertà dei sentimenti. Indispensabile pure spingere le spose o le fidanzate a non sottovalutare le prime avvisaglie di violenza, a non aver paura di denunciare, benché ciò sia rischioso per quelle che hanno difficoltà a mettersi al sicuro, in quanto può suscitare la vendetta mortale del querelato.

E’ necessaria, quindi, una maggiore collaborazione pubblica e privata. Qualcosa è stato fatto: in Italia, sono stati istituiti corsi di formazione dei carabinieri e creati, dal 2005, 119 Centri antiviolenza, 56 dei quali hanno case rifugio. In tutto l’Occidente, compreso il Sud America dove i maltrattamenti erano all’ordine del giorno, il reato di femminicidio è stato introdotto nei codici penali. Né è mancato il Piano nazionale, firmato quest’anno ad Istanbul dai Paesi occidentali, che prevede il sostegno finanziario a tutti gli istituti antiviolenza. Provvedimenti validi ma evidentemente insufficienti, dato che i femminicidi continuano ad aumentare, anche perché quando le donne chiedono aiuto non sempre sono protette in maniera adeguata. Siamo quindi di fronte ad un vero “fallimento delle autorità dello Stato”. Al che si aggiunge il fattore della scarsità di quanti sentono il bisogno e l’urgenza di abbattere i pregiudizi che rendono così diffusa la violenza maschile. Il femminicidio, gli stupri, i maltrattamenti, gli aborti o i matrimoni forzati rappresentano una violazione del diritto alla vita, alla dignità, alla non discriminazione. Evidenziano una tragedia che riguarda i Governi che, per eliminarla, o almeno ridurla, devono tradurre le promesse internazionali in azioni concrete. Alle quali devono partecipare, almeno in Occidente, soprattutto gli uomini. Per educare i quali forse non basta la minaccia dell’eventuale ergastolo. Occorre piuttosto insegnare loro il rispetto dei diritti e dell’uguaglianza delle donne. Perché figlie di Dio.

 Egidio Todeschini

30.11.2012