L’inno di Mameli va studiato a scuola

Il Parlamento approva la legge che impone ai professori d’insegnare “Fratelli d’Italia”. Chi è pro e chi contro, come sempre

 

 

L’8 novembre scorso è stata approvata la legge che istituisce la festività del 17 marzo (giorno in cui nel 1861 i Savoia proclamarono la monarchia nella Nazione, finalmente unificata), definendola Giornata nazionale dell'Unità d'Italia, della Costituzione, dell'inno nazionale  e della bandiera. Frutto dell'unificazione delle proposte avanzate da Paola Frassinetti (Pdl) e da Maria Coscia (Pd), non si propone lo scopo d’istituire un giorno di ferie, bensì di “ricordare e promuovere i valori di cittadinanza, fondamento di una positiva convivenza civile, nonché di riaffermare e consolidare l'identità nazionale attraverso il ricordo e la memoria civica”. Non a caso il testo legislativo prevede che, a partire da quest’anno, nelle scuole di ogni ordine e grado, nell’ora di Cittadinanza e Costituzione, siano organizzati percorsi didattici ed iniziative per “suscitare la riflessione sugli eventi e sul significato del Risorgimento”, cioè sulle vicende che hanno condotto all'Unità e alla scelta dell'Inno nazionale che, secondo la Frassinetti, “ha numerosi riferimenti storici” e, pertanto, deve essere imparato a memoria.

Decisione, quella parlamentare, che, come spesso capita, ha suscitato alcuni commenti negativi sull’Inno, da qualcuno ritenuto “troppo retorico e  pomposo”, ma, soprattutto stravaganti proteste. Scontata quella della Lega Nord che lo ritiene " inutile, retorico, ideologico e coercitivo" e che spinge Bossi ad augurarsi che i suoi figli non lo cantino. Stupefacente quella del professore che, dopo aver rilevato che “gli Italiani non sanno l’inglese; a scuola i bambini usano poco la tecnologia anche perché spesso le aule non sono dotate di lavagne multimediali o di connessione a banda larga; non sanno chi sono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, senza parlare di Ustica, di piazza Fontana o dei fratelli Cervi, ma la politica italiana si preoccupa di rendere obbligatorio l’insegnamento dell’Inno di Mameli”, aggiunge che “in educazione musicale continuerò a insegnare ed appassionare i ragazzi a De Andrè, a Vinicio Capossela, a Giorgio Gaber, alla musica popolare italiana e a quella africana … perché nella mia scuola non ci sono solo bambini italiani ma indiani, rumeni, africani”. Assurdo anche ritenere l’Inno “un testo impresentabile, una retorica ottocentesca e guerrafondaia”, in contrasto con la Costituzione che proibisce le guerre: non solo perché la lista mondiale di inni guerrafondai è lunga; soprattutto perché Goffredo Mameli, dopo secoli di lotte intestine, invita gli Italiani a sentirsi fratelli di una stessa Patria, quindi a trovare nell’Unità nazionale la conclusione della loro lunga storia che ha origine con i Latini.

Inaccettabile pure l’opinione di chi definisce offensiva la decisione d’istituire la Giornata nazionale dell’Unità d’Italia, della Costituzione, dell’inno nazionale e della bandiera, perché “sono quattro cose distinte e diverse. Perché un conto è difendere la Costituzione, un altro celebrare in maniera retorica l’inno e la bandiera, in uno slancio di pessima politica … Per non parlare poi del concetto di Unità d’Italia”. Non giudica meglio chi, ignorando che Balilla è il soprannome di Giambattista Perasso, il ragazzo che con il lancio di una pietra diede inizio, il 5 dicembre 1746, alla rivolta popolare di Genova contro gli austro-piemontesi, lo considera “inno di chiara matrice fascista, ora imposto ad una categoria indifesa di popolazione, ai nostri figli che lo stesso inno definisce Balilla”. E neppure chi afferma che contro tale idiozia “c’è una sola speranza: l’obiezione di coscienza degli insegnanti (e l’intelligenza dei ragazzi)”. O quanti reputano l’Inno una “brutta marcetta poco solenne”. Giudizi negativi dettati spesso da ideologie politiche, ma anche, probabilmente, dall’ignoranza della biografia di Mameli e dall’incomprensione del significato storico dei suoi versi scritti, dall'allora ventenne patriota genovese e musicati a Torino da un altro genovese, Michele Novaro, nel clima di fervore patriottico che precedette la guerra contro l'Austria nell'autunno del 1847.

C’è da augurarsi, quindi, che i professori non si limitino a fare studiare a memoria Fratelli d’Italia, ma anche lo spieghino agli alunni, senza alterigia e senza incertezze interpretative. Necessario, infatti, che conoscano gli eventi ai quali partecipò il mazziniano Goffredo, nato a Genova nel 1827, che, nel marzo del 1848, a capo di 300 volontari, aderì alle 5 giornate di Milano, poi collaborò con Garibaldi ed andò a Roma il 9 febbraio 1849, per instaurare la Repubblica sognata da Mazzini. Ma, il 3 giugno, ferito alla gamba sinistra, morì d'infezione a soli 22 anni. C’è da sperare che, a dimostrazione di quanto fosse forte in lui il richiamo alla romanità, gli insegnanti spieghino perché Mameli cinge idealmente la testa dell’Italia con l'elmo dell'eroico generale Publio Cornelio Scipione, vincitore di Annibale; e che si riferisce all'uso latino di tagliare i capelli alle schiave, quando invita la Vittoria a porgere la chioma a Roma, cioè all’Italia, all'epoca (1848) ancora divisa in numerosi Stati, spesso in lotta tra di loro (“Noi fummo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi”) e che solo l’amore per la Patria, con l’aiuto di Dio, potrà unificare. Non a caso ripercorre 6 secoli di lotta contro il dominio straniero, dalla battaglia di Legnano ai Vespri siciliani, che, appunto, dimostrano il peso rilevante di quell’amor patrio che gli ispirò il ritornello Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte, l'Italia chiamò”, sul quale si registrano le critiche più malevoli.

Sarà insegnato in modo congruo l’Inno che auspica il rispetto per il Tricolore e l’amor di Patria? “Ai posteri l’ardua sentenza”.

  Egidio Todeschini

 

10.11. 2012