E’ da scellerati abbandonare i genitori

Fenomeno diffuso un po’ ovunque di cui si parla poco. Ma che in Svizzera e in Germania ha dato origine a diversi centri di auto-aiuto 

 

L’Azione cattolica di Corpus Domini e San Giovanni Battista hanno organizzato, il 23 gennaio scorso, l'incontro “Madri del Concilio”, dedicato alle 23 uditrici che parteciparono al Vaticano II: una presenza di cui pochi furono a conoscenza, all’epoca, e che molti ignorano ancora. In effetti, l’8 settembre 1964 Paolo VI annunciò di aver “dato disposizione affinché anche alcune donne qualificate e devote” assistessero “a parecchi solenni riti e a parecchie congregazioni generali della prossima III sessione del Concilio ecumenico”. Una decisione che permise la partecipazione di 10 religiose e 13 laiche, tutte rappresentanti di congregazioni o associazioni internazionali; persone con notevoli competenze in materia, forti personalità ed approfondita conoscenza del mondo e delle sue diversità; e che da sole o con i colleghi (28 gli uditori), approfondirono i temi trasmessi dalla Segreteria Vaticana, proponendo modifiche, esprimendo pareri, preparando interventi e confrontandosi con esponenti femminili delle “Chiese separate”. Molti i motivi che spinsero il Pontefice a tale novità: tra gli altri, le petizioni inviate da studiose della fede cristiana e la richiesta fatta dagli uditori e da alcuni padri conciliari (“perché non si poteva fare a meno del contributo di metà della umanità”). Vi contribuì pure il fatto che, nell’ultimo secolo, erano state messe in evidenza le discriminazioni di cui erano vittime, ma anche il loro protagonismo per ottenere il voto ed il riconoscimento di uguali diritti in materia di salute, studio e lavoro. Le uditrici sostennero la necessità di una maggiore preparazione culturale sia per le religiose che per le laiche, riconoscendo loro la stessa dignità e comuni compiti nella missione dei Cristiani nel mondo. Soprattutto suggerirono la nuova definizione del matrimonio, riconosciuto come “comunione di vita e di amore”, dalla quale nascono i figli.  

Un impegno, il loro, dettato dal desiderio di invitare uomini e donne a mettersi al servizio della gente, a dare a tutti la possibilità di lavorare e, soprattutto, a dar nuovo valore al concetto di famiglia. Rivalutazione particolarmente utile e doverosa nei tempi che corrono dove abbondano aborti, stupri, divorzi, convivenze più o meno temporanee, scarsità di figliolanza ed omicidi. E la tentazione di ripiegarsi su se stessi, di disinteressarsi del prossimo, parenti compresi. Come ormai sembra succedere spesso in parecchi Paesi, Svizzera inclusa dove molti ultra trentenni si rifiutano di avere contatti con i genitori. Persone che tagliano i ponti senza fornire un motivo preciso; che non rispondono al telefono o alle lettere, non fanno gli auguri di Natale o per il compleanno, procurando un dolore devastante a chi li ha procreati, nutriti ed educati e che ora soffrono e si domandano perché mai la loro progenie abbia deciso di troncare ogni tipo di rapporto. Distruggendo, così, il valore della famiglia. Un fenomeno tanto diffuso da far creare, a Lugano, Lucerna e Winterthur, i “centri di auto-aiuto” finalizzati a far condividere la sofferenza di chi si ritrova ad affrontare tale situazione, senza averne ben chiare le motivazioni. Iniziative che aiutano a sopportare il dolore psicologico e a non sentirsi colpevoli. Soprattutto, ad evitare il rischio dell’isolamento.

Alcuni trentenni interrompono il rapporto con i parenti e gli amici dell’infanzia e della prima giovinezza, il che stupisce fino ad un certo punto. Ma i genitori respinti sono molto più di quanto si possa pensare, benché sia difficile calcolarne il numero e valutare le cause dell’abbandono. Che variano da caso a caso, potendo essere una reazione al fatto di essere stati abbandonati dopo il divorzio o per indifferenza (in Italia pare siano 3 milioni i bimbi ripudiati); può dipendere dall’insufficiente educazione ricevuta; o scaturire dall’eccessiva severità del padre e/o della madre, spinta al punto di ostacolare e proibire le loro scelte scolastiche, professionali o semplicemente amichevoli. Ed anche, come qualche psicologo sostiene, per menefreghismo, se sanno di non poter contare sul loro denaro e su proprietà da ereditare. Qualunque sia il motivo, resta il fatto che i casi sono alquanto numerosi, benché rappresentino una realtà spesso taciuta: non a caso, sui giornali o su Internet, si trovano ben poche notizie in merito. Forse  a causa del disorientamento e del senso di fallimento che provocano. E che solo l’aiuto, diretto e confortevole, dato dai centri di auto-aiuto può lenire.

Come in effetti succede in Germania ove i genitori respinti (più di 10mila al mese!!!) a volte raccontano in libri le loro esperienze, il dolore che ne è derivato, il senso di colpa che provano, la speranza che il figlio conduca una vita appagante, e farsi così ragione della separazione. Testimonianze, praticamente ignorate dai rispettivi figli, ma che possono risparmiare ad altri tale umiliazione dolorosa. Indubbio che, per il relativismo che impera, oggi si è persa quella concezione della famiglia che fece dire a Plutarco che “un figlio non si distacca mai dai suoi genitori, perché esce da loro sicché ne conserva e ne porta sempre dentro di sé una parte”. Però è da malvagi abbandonare ed ignorare chi ci ha messi al mondo, ci ha cresciuti, educati e provveduto alla nostra istruzione. E’ una cattiveria che rischia di ricadere su chi la compie. E su chi ignora che, come disse Seneca, “le persone non sono fatte per vivere da sole”. Perché l’egoismo e la solitudine non rendono felici.

Egidio Todeschini