Silenzio sui due marò prigionieri in India

E’ passato ormai un anno dal loro arresto. A riprova della malafede locale. E della vergognosa inerzia dell’Unione Europea.

 

Un caso senza precedenti, quello di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, detenuti illegalmente in In­dia e sui quali, anche per effetto della campagna elettorale, è caduto il silenzio. Il che infanga l’immagine internazionale del nostro Paese e causa nuove soffe­renze alle famiglie dei milita­ri. Dopo un anno di prigionia, in barba a leggi e convenzioni inter­nazionali, i due fucilieri del San Mar­co son­o tuttora nello Stato indiano, in attesa di un processo che deve ancora incominciare e che, visti i tempi della giustizia locale e del rispetto che hanno finora dimostrato per l’Italia, non si sa quando finirà. In effetti, la sentenza emanata a fine gennaio dalla Corte suprema non ha riconosciuto allo Stato italiano il diritto di giudicarli, ma ha solo decretato che la giurisdizione non era della Magistratura del Kerala e che il processo deve essere fatto a Nuova Delhi. Non solo: nelle 100 pagine della motivazione non si fa cenno al fatto che la vicenda è avvenuta in acque internazionali, motivo per cui, secondo quanto sancito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, l'India non potrebbe processare i marò e tanto meno arrestarli in quanto ciò compete solo al “Paese di bandiera della nave o lo Stato di nazionalità delle persone coinvolte”. Certo, i giudici hanno riconosciuto che la zona è a rischio bucanieri, in quanto “negli ultimi dieci anni abbiamo assistito ad un acuto incremento degli atti di pirateria in alto mare al largo della Somalia”, e che “il peschereccio delle vittime dei fucilieri di marina non poteva navigare … nel tratto di mare dove ha incrociato il mercantile italiano Enrica Lexie”.

Ma affermano pure che “l'incidente è avvenuto in acque sulle quali … l'Unione indiana ha il diritto di esercitare il diritto di sovranità”, anche perché “i marò non godevano di quell’immunità” che avrebbe determinato automaticamente l'applicazione della giurisdizione italiana. Né impone, a carico del Kerala, un risarcimento per l'arresto e la galera dei due fucilieri, visto che le autorità locali non ne avevano diritto. Secondo gli esponenti dell’Alta Corte, quindi, spetta al Tribunale speciale di Nuova Delhi decidere se si è trattato di omicidio colposo o doloso, reato, quest’ultimo, per il quale sono previsti 21 anni di carcere ma anche, a volte, la pena di morte. Ciò nonostante, il Ministro degli Esteri, Giulio Terzi di Sant'Agata, ritiene che sia stato compiuto “un passo avanti”; anche il Ministro della Difesa, Di Paola, è convinto che ora “le prospettive per la risoluzione dell’intricata vicenda siano molto più positive”, tanto da far sperare in un rientro a casa in tempi brevi di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Commenti forse inopportuni, ai quali si aggiunge quello del sottosegretario, Staffan de Mistura, che valuta positivamente la decisione della Corte Suprema, avendo essa “riconosciuto che i fatti avvennero in acque internazionali e che la giurisdizione non era della magistratura locale del Kerala”. Peccato che nella sentenza non si parla mai di “acque internazionali”, l’unico elemento che potrebbe far risolvere a favore dell’Italia la questione della giurisdizione.

Sarà anche vero che, come afferma l’ambasciatore indiano in Italia, Vinod Sahai, “i tempi si allungano, ma la Corte speciale è più flessibile”; resta il fatto che non si sa come deciderà, soprattutto quando. Qualcuno - non pochi, in verità - ne deduce che il nostro Governo abbia agito, in merito, in maniera inefficace e lenta. Può darsi. Ma, secondo Famiglia Cristiana, ad essere inerte ed incapace “è stata soprattutto la comunità internazionale”. In effetti, pare che  l’Onu non abbia fatto granché per risolvere la questione, però è stata principalmente l’UE a tacere. Non a caso, la baronessa Ashton, rappresentante della politica estera europea, convinta che “non sia appropriato” esprimersi direttamente nel caso dei marò, perché la loro sorte dipende dai giudici di Delhi, fa scrivere dal suo vicesegretario che pronunciarsi a riguardo “sarebbe una specie di intromissione negli affari interni di uno Stato estero … Non sarebbe appropriato per l'Unione Europea intervenire in una questione che riguarda la competente istanza giudiziaria di uno Stato estero”. In pratica, la burocratica Unione Europea mette il destino dei due marinai nelle mani dei giudici indiani. Checché ne pensi la Farnesina, secondo la quale sarebbe “un’ulteriore conferma della determinazione più volte manifestataci a Bruxelles di facilitare l'esito positivo della vicenda”. Il che equivale a negare la mancanza di una politica estera comune del Continente europeo che detta regole in materia di fisco ma tace sulle strategie di difesa e di diritto internazionale.

Anche in Italia la gente e la stampa hanno reagito in modo diverso. Su alcuni quotidiani si sono lette accuse incredibili nei confronti dei marò, imputati perfino di “omicidio volontario” da chi ha interpretato come fandonie ciò che è stato scritto a loro difesa su Libero o il Giornale. Altri, invece, hanno esposto uno striscione di solidarietà all’esterno della sede dell’Associazione Nazionale Marinai D’Italia di Salerno per chiedere la liberazione dei marinai “impropriamente detenuti” e per reclamare l’intervento dei diplomatici onde farli rientrare in Patria al più presto. Qualcuno si è dichiarato, ora, ottimista perché il passaggio del processo a Nuova Delhy “sottrae i nostri marò a una effettiva carenza di garanzie di oggettività di giudizio”. Molti hanno accusato il Governo tecnico di Monti di arrendevolezza. Insinuazioni malevole ed addebiti forse scorretti che sono andati avanti per mesi. Poi è calato il silenzio. Rimane una doverosa domanda: possiamo lasciare che i 2 militari siano giudicati da un Paese straniero? E che prevede ancora la pena di morte?

Egidio Todeschini