Cosa faremo e come saremo -  II Domenica dopo Pasqua

Con preghiera di inoltrare a familiari e amici

 

 

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: “Pace a voi”. Poi disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani, tendi la tua mano e mettila nel mio fianco e non essere incredulo ma credente”. Gli rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio”. Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che pur non avendo visto crederanno”. (Vangelo di Giovanni 20, 26-29)

 

Tra “quelli che non hanno visto” e tuttavia sono invitati a credere siamo anche noi. L’episodio di Tommaso ci riguarda, porta a interrogarci: credo io che Gesù non è un personaggio del passato, ma è oggi e sempre il Salvatore, il Figlio di Dio che interpella me e mi dichiara beato se lo riconosco? Io non ho visto, non ho toccato; posso fidarmi, posso dirmi davvero cristiano malgrado i miei dubbi, le mie oscurità, le mie infedeltà? Tali domande una persona ragionevole se le porta dentro per tutta la vita, perché la fede non è la fisica o la matematica; oscilla, ora cresce ora cala, va in crisi di fronte alle ingiustizie, particolarmente di fronte alle prove della vita. Le giornate del coronavirus ci affaticano più di quelle di prima, tanto da far pensare che non saremo più gli stessi di prima, non solo dal punto di vista sociale e economico. Tuttavia questo periodo, che consideriamo un angusto tunnel privo di sbocchi visibili, può fornire spunti da non sottovalutare: a cominciare dal pensiero non soltanto sul “cosa faremo domani” ma piuttosto “come saremo”.

Risurrezione dal dolore, contagio della Pasqua, forza della speranza, risveglio della coscienza, riscoperta della preghiera, ecco alcune delle indicazioni raccolte in questi giorni di smarrimento. Sono giorni del confronto interiore con la consapevolezza sempre più evidente di una fragilità che si misura da sé. Ci stiamo chiedendo di tutto, da quando finirà a quando ritroveremo noi stessi.

La Pasqua, che abbiamo da poco celebrato, quest’anno in modo molto insolito, ci ha portato luce e speranza, alleviando sofferenze e preoccupazioni, tonificando i cuori affranti dalla tempesta del virus assassino. Un momento di pausa dalla grande paura e di riflessione sull’oggi terribile e sul domani non meno allarmante. Solo il Risorto spalanca novità di vita se lo invochiamo con fede affinché ci aiuti a sconfiggere il subdolo agguato di morte.

Nel marasma perciò appoggiamoci al contagio provvidenziale e taumaturgico della preghiera che, associata alla speranza, ci fa ritrovare motivi nuovi e più vigorosi, da cristiani convinti, che non solo leggono bensì vivono il Vangelo e per i quali la Fede è affidamento costante all’Amore e alla volontà di Dio. L’importante è affidarsi con fiducia come i bambini nella braccia del loro Papà. Allora ciascuno può elevare la preghiera: “Io credo, Signore, ma Tu aumenta la mia fede”.

 

Don Egidio