Contraddizioni e difficoltà di Matteo Renzi

Il rottamatore promette molto e mantiene come può.  Per motivi politici ma

anche per  effetto della Costituzione definita “la più bella del mondo”

 

 

Potrà piacere o meno, il neo Premier. Che va giudicato non per quello che dice o promette, bensì per ciò che riuscirà a fare per dare all’Italia un Governo con poteri più forti, annullare il bicameralismo perfetto del nostro Parlamento, far diminuire, con una legge elettorale idonea, l’eccessiva frantumazione partitica, ridurre la spesa pubblica e ringiovanire ministri e parlamentari. Obiettivi ai quali si aggiungono la soluzione della crisi economica, con la conseguente disoccupazione, e la riduzione del peso fiscale. Traguardi finora mai raggiunti per l’indifferenza di una classe politica che si preoccupa più degli interessi personali che del Paese. E per l’inadeguatezza della nostra Carta Costituzionale che mette il Capo dell’Esecutivo in balia di maggioranze incerte ed opportuniste e che dà al Parlamento un potere decisionale eccessivo. Fattori che hanno sempre impedito il necessario ammodernamento della Costituzione e fatto annullare, con il referendum del 2006, le modifiche volute dall’allora Premier, Berlusconi, tra le quali, appunto, l’abolizione del bicameralismo, la riduzione dei parlamentari, la riforma del sistema giudiziario e il riconoscimento di più autorità al Capo del Governo. Le stesse ora promesse da un Renzi forse troppo sicuro di sé, ma determinato, almeno a parole, a rivoluzionare finalmente il sistema governativo e costituzionale del nostro Paese. Non a caso, l’aver posto “scadenze temporali” immediate ed ottenuto l’appoggio di Forza Italia sulla riforma elettorale e sullo svecchiamento della Costituzione gli hanno comportato quella fiducia popolare che, nei sondaggi, lo fa risultare tuttora vincente in caso di nuove elezioni. A dispetto di chi teme gli effetti delle sue decisioni.     

Sulle quali a volte si contraddice. Come quando garantì a Letta di non farlo decadere da Palazzo Chigi, salvo poi fargli votare la sfiducia dagli esponenti del Pd; promise di non voler “andare al Governo senza passare dal voto popolare”, che non c’è stato. O s’impegnò a nominare “solo” 12 Ministri, poi diventati 16, ai quali si aggiungono 35 sottosegretari e 9 vice Ministri. In sostanza, non è riuscito - o non ha voluto - modificare la composizione del Governo, composto da esponenti di nove partiti e partitini. Una brutta partenza rispetto alle attese popolari e alle promesse fatte in Parlamento per ottenere la fiducia. Senza contare alcune incongruenze programmatiche: afferma, infatti, di voler abbassare il costo del lavoro, di pagare le imprese tramite lo sblocco immediato dei debiti della Pubblica amministrazione, di aiutare concretamente chi perde il lavoro e d’intervenire per rimettere in sesto l'edilizia scolastica il 40% della quale è a rischio (dato Legambiente), ma non dice come e dove troverà i miliardi di euro necessari per fare tutto ciò, non bastando quelli che lo Stato risparmierebbe se si sostituisse l’attuale Senato con uno formato da rappresentanti comunali ai quali non spetterebbe nessuna paga. Intenzioni ottime, quelle renziane, che però avrebbero bisogno di qualche indicazione in più, perché credibilità significa prendere misure che abbiano una copertura finanziaria certa. Motivo per cui ammette che, se fallisce, la colpa “sarà esclusivamente sua”. Il che è una novità positiva espressa dal neo Presidente del Consiglio che sa quante e quali insidie, ricatti, imboscate e veti incrociati gli possono essere fatti in Parlamento dal suo partito, il Pd, e da quelli che temono di essere eliminati per effetto della nuova legge elettorale, concordata con Berlusconi, che permetterebbe, finalmente, un bipolarismo indipendente dalle tante minuscole sigle politiche. In effetti, pur avendo subito sottolineato che l'Italicum “è una priorità necessaria per “evitare che la politica perda ulteriormente la faccia”, sottolineando che “c'è un nesso politico tra riforma elettorale, del Senato e del Titolo V, tre parti di una stessa operazione”, ha poi dovuto far fronte ai molti emendamenti e all’allungamento dei tempi che hanno, quindi, portato ad un’approvazione alla Camera, avvenuta mercoledì scorso, con una ridotta percentuale di voti favorevoli. E non andrà sicuramente meglio al Senato.   

Certamente positivo che abbia pure rifiutato l’obbligo di rispettare la regola, imposta dall’Unione Europea, di un deficit che non deve essere superiore al 3% del Pil (Prodotto interno lordo). Non è un caso che abbia voluto rimarcare come il suo primo viaggio all’estero non sarà né a Bruxelles né a Berlino, ma a Tunisi, per mandare all’Europa il messaggio che il suo Governo non ha alcun timore reverenziale verso i tecnocrati della Commissione europea. Una mossa, la sua, che smorza l’atteggiamento di sudditanza nei confronti dell’UE espresso da Monti e Letta. Obiettivi indubbiamente buoni, quelli renziani, a dispetto delle contraddizioni ed incongruenze. Resta il fatto che, pur essendo il segretario del Pd, sta cercando, da ex democristiano quale era, di smantellare quella sinistra ideologica, fatta di odio e rancore, che vede, nell’avversario politico, un nemico da eliminare. Non a caso, tra le tante sue affermazioni, ne spicca una assolutamente nuova, quella in cui dichiara di voler “mandare Berlusconi in pensione, non in galera”.  Dichiarazione che non piace ai comunisti.

Egidio Todeschini