Tracciare sentieri di speranza e di pace

Visita del Papa in Myanmar e Bangladesh. La collaborazione fra le religioni necessaria per costruire un futuro migliore. Un forte appello ai giovani

 

 

Viaggio non facile, quello del Papa in Myanmar e in Bangladesch, Paesi alquanto arretrati e con una politica burocratica e militarizzata. Specialmente il primo, l'ex Birmania, dove vivono 135 etnie, tra i più ricchi Paesi dell’Asia, disponendo di petrolio, gas naturale, risorse idriche, oro. Dove però la dittatura militare non facilita le riforme, tanto da far chiedere alla popolazione giovane più libertà e migliori opportunità economiche.

La religione buddista, è praticata da almeno l'89% della popolazione, ogni paesello ha un monastero, i cui monaci sono riveriti pure dai non credenti che vi ricevono l’educazione morale ed intellettuale mentre ai Cristiani dal 1948 è proibito l’ingresso, come pure ai Musulmani, la cui etnia Rohingya è stata recentemente costretta, a causa delle persecuzioni delle forze militari governative, a scappare in Bangladesh.

Nazione, questa, nata nel 1971 per distacco dal Pakistan. Nel 1975 fu dichiarata “Stato indipendente” dal primo Ministro Sheikh Mujibur Rahman, esponente della Lega Awami, ucciso dai militari nello stesso anno. Ne seguirono varie commissioni militari fin quando, nel 1986, il generale Hossain Mohamad Ershad promosse e vinse il referendum che legittimò il suo governo. La guerra indo-pakistana del 1971 che diede origine al Bangladesh (dove il 90% della popolazione è musulmana, l'8,2% induista, pochi i Buddisti e i Cristiani) fu un successo di Indira Gandhi che, per i numerosi contrasti che producevano difficoltà al vicino Pakistan, emanò la legge marziale dando origine all'Haryana, abitata dai seguaci della fede Indù, ed il Bangladesh, ove prevalsero i Punjabi, di culto Sikh.

Tutti questi elementi storici, culturali e religiosi fanno rilevare l’importanza del viaggio del Papa, nonché i rischi che poteva corrervi. Pericoli dei quali non si è preoccupato, volendo piuttosto attirare l’attenzione del mondo sul dramma dei poveri e dei profughi e appoggiare quello che ha definito “l’arduo processo di costruzione della pace e della riconciliazione nazionale”. Un processo tuttavia che non si fa senza giustizia e che ha bisogno dell’appoggio della comunità internazionale.

L’attenzione di Papa Francesco nei confronti dell’Asia, pari a quella di Giovanni Paolo II, dipende anche dalla sua convinzione che occorre una maggiore e continua evangelizzazione del continente asiatico, essendosi sempre dimostrato il più refrattario al cristianesimo, pochi infatti sono i cattolici in Myanmar e Bangladesh. Paesi nei quali imperano povertà, sfruttamento dei lavoratori, difficile convivenza tra le religioni, regimi alquanto totalitari e minacce (anche nucleari) alla pace. Una realtà con la quale Francesco ha sempre manifestato di volersi confrontare, come documentato dai suoi tentativi di dialogo con la Cina, dagli appelli alla pace e dalle esortazioni alle Chiese locali.

Francesco ha chiesto “rispetto di tutte le minoranze”, pur senza nominare in Myanmar direttamente i perseguitati Rohingya. Alla fine però ha detto questa parola fatidica che tutti aspettavano. L’ha detta incontrando e accarezzando i volti di uomini e donne e bambini ai quali sono stati uccisi i familiari o che hanno dovuto fuggire braccati da militari. Il Papa ne ha incontrati 16 a Dacca ed ha pianto con loro. “Dio – ha detto Francesco – è anche Rohingya”. In Myanmar il Papa non ha usato la parola “Rohingya” ma ha parlato di tutte le minoranze che subiscono le stesse cose senza assurgere agli onori della cronaca. Ha detto che è necessaria la cittadinanza per tutti, la distribuzione della ricchezza, la collaborazione per edificare la pace nella società birmana. I decenni di dittatura militare hanno creato ferite gravi nella società, per cui ha chiesto a tutti di perdonare e di lavorare per la riconciliazione per allontanare la guerra in cui tutti sono perdenti.

Per il Papa non è importante il tribunale mediatico e la condanna ma tracciare sentieri di pace e piste costruttive di speranza. E’ per questo che in entrambi i Paesi, in Myanmar e in Bangladesch, ha rivolto un forte appello ai giovani per sostenere il loro entusiasmo e proporre un cammino di speranza per il futuro. Il che significa non rintanarsi nel proprio gruppo etnico o religioso ma aprirsi all’incontro.

La collaborazione fra religioni è l’altro pilastro del viaggio: con la maggioranza islamica in Bangladesch e con quella buddista in Myanmar è importante lavorare insieme per lo sviluppo, avendo a cuore il bene comune. Per questo Francesco ha voluto incontrarsi con i leader delle religioni e con loro ha condannato la violenza e il terrorismo che manipolano il nome di Dio, ma soprattutto ha spinto ad impegnarsi insieme per una società al cui centro vi sia l’uomo, a qualunque etnia appartenga. Un’ultima parola sui Cristiani, piccola minoranza nei due Paesi, spesso nel ciclone della persecuzione. Il Papa li ha elogiato perché, pur essendo un “granello di senapa”, danno ristoro alla popolazione e ai poveri. La stima di cui essi godono è dovuta anzitutto al loro servizio: scuole, ospedali, cooperazioni agricole e di lavoro. E in questo servizio la gente scopre con meraviglia l’amore di Gesù che si è fatto uomo per noi e per la nostra salvezza è disceso dal cielo. Buon Natale a tutti!

 

Egidio Todeschini

 

 

15.12.2017