Passi e pensieri di pace di papa Francesco

La sua visita in Israele e Palestina. L’odio e la violenza lascino

il posto all’incontro e al dialogo. Messaggio valido per chiese e mondo

 

E’ durato 3 giorni, il viaggio del Pontefice in Terra Santa, durante i quali ha espresso alcuni concetti che la dicono lunga sul suo modo di pensare e di vivere la fede, soprattutto per quanto riguarda l’invito di Gesù ad amare gli altri, quindi a vivere in armonia. In Giordania ha affermato che “la pace non si può comprare, non si può vendere!” perché “è un dono da ricercare pazientemente e costruire artigianalmente”; a Betlemme, dopo aver definito “inaccettabile” il conflitto israeliano-palestinese, ha chiesto ai Presidenti dei due Stati, Peres e Abu Mazen, di avere “il coraggio della pace”, per ottenere la quale li ha invitati a pregare insieme “nella mia casa del Vaticano”, affinché “le spade si trasformino in aratri”, unico modo per vivere “nella prosperità e nella concordia”. Che, essendo mancati ai tempi della Shoah, “simbolo di dove può arrivare la malvagità dell’uomo”, lo spinge ad esclamare “Mai più Shoah” e a ritenere utile promuovere "un'educazione in cui l'esclusione e lo scontro lascino il posto all'inclusione e all'incontro, dove non ci sia posto per l'antisemitismo … e per ogni espressione di ostilità, discriminazione o intolleranza verso persone o popoli”. Crudeltà, ancora tanto diffuse, che, davanti al memoriale della strage nazista, lo Yad Vashem, lo hanno spinto a pregare Dio: “Dacci la grazia di vergognarci di ciò che, come uomini, siamo stati capaci di fare”. Supplica tanto sentita da stimolarlo a baciare le mani di alcuni ebrei sopravvissuti ai campi di concentramento.

A Gerusalemme, dopo aver visitato la moschea della Cupola della Roccia (venerata dai Musulmani, che la ritengono il luogo da cui il profeta Maometto fu elevato al cielo, ma anche dagli Ebrei, essendo il sito del Tempio di Salomone, e dai Cristiani, memori della profezia sulla distruzione del Tempio, qui espressa da Cristo) ha salutato affettuosamente gli “amici Musulmani, fratelli cari” e detto al Gran Mufti “impariamo a comprendere il dolore dell’altro! Nessuno strumentalizzi per la violenza il nome di Dio! Lavoriamo insieme per la giustizia e per la pace… per essere testimoni dell’agire di Dio nel mondo”. Quella “pace” invocata pure nella preghiera, chiusa in una busta bianca, inserita nel Muro del Pianto: “O Signore, Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, Dio di Gesù Nazareno, dal cuore di questa santa Città, patria spirituale di Ebrei, Cristiani e Musulmani, faccio mia l’invocazione dei pellegrini che salivano esultanti al tuo tempio”, quel “Servirai Dio con tutto il tuo cuore” che per gli Ebrei valeva e vale ancora come un comandamento. E ai due Grandi Rabbini di Israele ha espresso la speranza di potere “insieme dare un grande contributo per la causa della pace … e contrastare con fermezza ogni forma di antisemitismo e le diverse altre forme di discriminazione”.

Parole ed auspici espressi con il cuore. E con la sincerità di chi mette in evidenza i propri sentimenti con la gestualità, che vale più dei consigli e dei desideri espressi verbalmente: appoggia la mano al muro che separa Israele dalla Palestina; china il capo allo Yad Vashem; prega in silenzio davanti al memoriale delle vittime del terrorismo palestinese; abbraccia il rabbino Skorka e l'islamico Abboud davanti al Muro del Pianto. Gesti, sguardi profondi, lunghi silenzi e preghiere a capo chino che saranno ricordati, con gratitudine e commozione, da chi ha vissuto ogni genere di atrocità. E da quanti ancora ne patiscono, per motivi religiosi, politici o semplicemente familiari. Che non sono pochi: basti pensare al recente attentato antisemita al Museo ebraico di Bruxelles ove sono state uccise quattro persone; agli scontri in Ucraina che hanno provocato più di 100 morti, la metà dei quali civili, compreso l’italiano fotoreporter Rocchelli e il suo interprete russo; ai 32 miliziani deceduti a Islamabad, a causa della campagna militare contro i talebani pakistani; alle centinaia di vittime della Nigeria ove imperano i conflitti tra Cristiani e Musulmani; agli oltre 650 mila civili uccisi in attentati o dalla guerra civile esplosa nel 2003 in Iraq. O la Somalia devastata, dal 1991, da una guerra civile che ha già causato un milione di morti e la fuga di metà della popolazione. E le stragi in Messico, Venezuela e Brasile tra spacciatori di droga, ladri e rapitori.

Senza contare i frequenti omicidi, per gelosie, invidie, vendette o follie momentanee, che si registrano quotidianamente un po’ ovunque. Tragedie e violenze che spingono Papa Bergoglio a chiedere di farle cessare e di rispettare il diritto umanitario alla vita e alla solidarietà. Nonché di riconoscere a tutti il diritto a “professare la loro fede, nel rispetto della libertà religiosa… in ogni parte del Medio Oriente e del mondo intero”. Finalità per le quali prega Dio perché “converta i violenti e coloro che hanno progetti di guerra… che fabbricano e vendono le armi”. Ed insegnare loro ad amare il prossimo. Condizione indispensabile per avere pace, fratellanza ed armonia.

Egidio Todeschini

 

30.5.2014