Le Regioni in Italia costano troppo

Corruzione a parte, il federalismo ha notevolmente contribuito al debito nazionale. Difficile abolirle ma giusto ridurne spese e poteri

 

A seguito della riforma costituzionale del 2001, operata in ossequio al principio del federalismo voluto soprattutto dalla Lega, le Regioni rappresentano, insieme a Comuni, Città metropolitane, Province e Stato, uno dei 5 elementi costitutivi della Repubblica Italiana. Da allora, infatti, gli Enti regionali hanno statuti, poteri e funzioni propri ed una notevole competenza in alcuni settori, per esempio sanità e scuole. Non solo: la legge costituzionale ha abolito i controlli sui loro atti amministrativi e legislativi, prima esercitati da cosiddetti commissari del governo, anche se l’art. 120 prevede che “Il Governo può sostituirsi a organi delle regioni… nel caso di mancato rispetto di norme e trattati internazionali o della normativa comunitaria oppure di pericolo grave per l'incolumità e la sicurezza pubblica … e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali”. La modifica del Titolo V della Costituzione entrò in vigore l’8 novembre 2001 dopo un lungo iter normativo: il Senato l’aveva approvata con una maggioranza inferiore a quella necessaria (due terzi dei membri), per cui il 7 ottobre 2001 fu necessario sottoporla a referendum confermativo, conclusosi con esito favorevole.

Da allora, le Regioni hanno la stessa potestà legislativa dello Stato, in quanto il terzo comma dell’articolo 116 concede loro quelle forme e condizioni particolari di autonomia già riconosciute alle Regioni a statuto speciale. Ne consegue che al potere statale rimangono le competenze relative ai rapporti internazionali (politica estera, diritto d’asilo agli extracomunitari, dogane), e ciò che riguarda le norme processuali civili e penali, la cittadinanza, la difesa e l’ordine pubblico, nonché la previdenza sociale, la tutela dell’ambiente, l’organizzazione dello Stato (legislazione elettorale, ordinamento degli enti pubblici nazionali) e la potestà sulla moneta. Fu la maggioranza di sinistra, nell'intento di strappare ad Umberto Bossi il diploma di “difensore delle autonomie locali” e di rubargli consensi, ad attuare il federalismo che, in pratica, ha dato all’Italia un doppio Stato, uno centrale e uno fede­rale, con la conseguenza di moltiplicare il ceto politico, il finanziamento pubblico ai partiti ed aumentare spese e sprechi.

I risultati sono tutt’altro che positivi, tanto da far dire a Sergio Romano che “il denaro ha inquinato la vita politica”: oltre alla diffusa corruzione, in un decennio, ha fatto crescere di 90 miliardi le spese regionali, per collaborazioni, consulenze (i cui pagamenti sono aumentati, in 3 anni, del 28,9%, oltrepassando la soglia del mezzo miliardo di euro) e le infinite uscite per affittare o costruire, a suon di milioni di euro, 178 uffici e 61 sedi di rappresentanza fuori dai confini di competenza, a Roma e all’estero. Il che ha ingigantito il debito pubblico ed obbligato ad un aumento delle tasse (per un totale di 5,5 miliardi annui!). Inevitabile la diminuzione di fiducia nelle Istituzioni da parte dei cittadini. Da una recente indagine di Mannheimer pubblicata sul Corriere della Sera, risulta che il 53% degli elettori diffida persino dei politici del Comune in cui vive, istituzione locale un tempo più amata. Minore il consenso espresso per le Province (38%) e, a causa degli ultimi avvenimenti, ancora più basso quello per le Regioni: due italiani su tre (64%) affermano di non apprezzarle più. Percentuale che sale al 71% tra i giovani e al 70% tra i residenti nel Sud. E che contribuisce a spingere almeno il 40% dei cittadini a dire di voler disertare le urne. 

Non stupisce, quindi, che qualcuno proponga di abolire anche le Regioni, oltre alle Province. Idea non facile da attuare; sarebbe più logico eliminare le cinque a statuto speciale, tutte in passivo, tra le quali la Sicilia che registra un debito pubblico di 5 miliardi di euro, oltre agli scandali, le eccessive assunzioni di amici o familiari, ed i fondi europei mal gestiti o del tutto snobbati. O ridurne il numero ed i poteri loro attribuiti, come auspicato in passato dalla Fondazione Agnelli ed ora dal Governatore della Lombardia, Roberto Formigoni, secondo il quale dalle attuali “20 Regioni si potrebbe scendere a una dozzina in totale”, in quanto “alcune sono spesso troppo piccole e poco popolate e non hanno il giusto peso per essere competitive…”. Auspicio non rilevato dal Governo Monti che però, con il disegno di legge appena approvato dal Consiglio dei Ministri, tenta di tagliare i costi della politica regionale, riducendo gli emolumenti, passati dai 452,6 milioni del 1999 agli 896,7 del 2010, di presidenti, assessori e consiglieri, nonché il numero di questi; rendendo di competenza statale l’energia, le infrastrutture, il turismo e le comunicazioni, mentre sanità e scuole restano di pertinenza regionale; limitando le spese dei gruppi consiliari, tra l’altro sottoposti al controllo della Corte dei Conti; sancendo l’impossibilità ad una nuova candidatura del responsabile del dissesto finanziario dell'Ente, più una multa considerevole.

Scontato che la Lega si ribelli a questo disegno di legge in quanto lo ritiene un tentativo “volto a minare l'autonomia legislativa e di entrata e spesa delle Regioni, sulla base della quale si è svolto l'intero processo del federalismo fiscale”. Non si sa ancora, però, come reagiranno in Parlamento i partiti che fino ad ora hanno sostenuto il Governo Monti, sia pure con qualche critica. Ma, a giudicare dal costo spesso inutile degli Enti regionali e dai tanti abusi commessi, c’è solo da sperare che passi, ma ci vorrà tempo, perché è legge costituzionale e, per approvarla, ser­vono due ratifiche alla Camera ed al­trettante al Senato. Ed intanto sprechi e ruberie continueranno, a danno dei cittadini.

Egidio Todeschini

11.10.2012