Passa con difficoltà la riforma in Senato

Come sempre tra  tanti dibattiti e litigi. Ora torna alla Camera per l’ultima votazione. Inevitabile però il referendum dall’esito incerto

 

Alquanto discutibile il testo approvato, il 13 ottobre scorso, dai Senatori che hanno apportato alcune modifiche alla revisione dei compiti senatoriali già approvata dai Deputati, dando vita ad una Istituzione alquanto discutibile, tanto da spingere il giurista Gianluigi Pellegrino a ritenere che si sia passati da un Senato perfetto a quello confuso”. Giudizio dettato dal fatto che, probabilmente, a riforma definitivamente approvata, si manifesterà la mancata accelerazione del processo legislativo, dato che si prevedono tanti modi per fare le leggi. Il che fa dire al Professore Mario Mauro che in Italia ci sarà “un unicum: un sistema con una Camera e mezza”.

Certo, si avrà un risparmio economico, visto che si passa dai 315 Senatori attuali ai previsti  95, rappresentativi delle Istituzioni territoriali, più i 5 a vita, nominati dal Presidente della Repubblica. Dopo infinite discussioni, si è deciso che i 20 Consigli regionali invieranno i 2 indicati dagli elettori nelle Amministrative. A questi si aggiungono 21 Sindaci”. I Senatori resteranno in carica solo 7 anni, il mandato non essendo ripetibile, e non riceveranno nessuna indennità, il che farà ridurre, di oltre 50 milioni di euro l’anno, la spesa statale.

Palazzo Madama avrà meno poteri: innanzitutto non potrà più votare la fiducia ai Governi in carica né approvare le leggi, compito che resterà solo alla Camera, con le sole eccezioni di quelle relative alle riforme della Costituzione, all’emissione di nuove normative costituzionali e delle leggi elettorali degli Enti locali, alle quali si aggiungono le norme sui referendum popolari, diritto di famiglia, matrimonio e salute, nonché le ratifiche dei trattati internazionali. Avrà anche un ruolo consultivo in quanto, su richiesta di almeno un terzo dei suoi componenti, potrà chiedere ai Deputati di effettuare alcune modifiche alle leggi appena approvate, pur restando alla Camera la facoltà di decidere, nei successivi 20 giorni, se accogliere o meno i suggerimenti. I Senatori potranno pure pronunciarsi sulle norme relative ai poteri delle Regioni e degli Enti locali e respingere, con maggioranza assoluta, le modifiche apportate dai Deputati. Avranno la facoltà di fare proposte di modifica sulle leggi di bilancio, ma la Camera può non accoglierle. Inoltre concorre all’esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato e l’Unione Europea, partecipando alle decisioni di quest’ultima, all’attuazione degli atti normativi ed alle politiche. Partecipa anche alla valutazione dell’attività delle pubbliche amministrazioni, alla verifica dell’attuazione delle leggi dello Stato, nonché alle nomine di competenza governativa nei casi previsti dalla legge.

La riforma prevede un cambiamento radicale del potere del Governo in quanto le regole per emettere i decreti legge diventano più rigide e dovranno "recare misure di immediata applicazione e di contenuto specifico, omogeneo e corrispondente al titolo". In compenso, i provvedimenti governativi giudicati essenziali devono essere votati dalla Camera entro 60 giorni. E’ previsto, inoltre, un aumento dei poteri della Corte Costituzionale che potrà intervenire, entro un mese dalla richiesta fatta da un terzo dei Deputati, con un giudizio preventivo sulle leggi elettorali, così da evitare di averne una per anni, salvo poi scoprire che era incostituzionale, come successo, nel dicembre del 2013, con il Porcellum. Cambiano pure le regole per l’elezione del Capo dello Stato, cui non parteciperanno più i delegati regionali, per la quale si modificano i quorum, di due terzi nei primi quattro scrutini, di tre dal quinto all’ottavo, dopo di ché sarà sufficiente la maggioranza assoluta. Una riforma, quindi, che non modifica solo i poteri e le competenze del Senato, ma anche delle altre Istituzioni.

Purtroppo l’eventuale fine del bicameralismo non è frutto di un accordo tra forze di maggioranza ed opposizione, bensì l’esito di un conflitto nel Pd, aggravato dai partiti di minoranza e dagli stessi membri del Governo. Polemiche, insulti reciproci e battibecchi che, nelle prime due votazioni, hanno comportato una maggioranza sotto i 150 voti. In effetti, la riforma, che dovrà essere rivotata alla Camera, è il frutto di pareri contrapposti dei Cinque Stelle, dei Leghisti, dei centristi di Alfano e di Forza Italia. La decisione finale sarà presa dai cittadini che, in autunno del prossimo anno, saranno chiamati ad accettare o meno la riforma. Un referendum dal quale molti politici sperano di vederla rifiutata, anche a causa dell’avversione nei confronti del Premier che, dopo aver portato a compimento il suo ambizioso disegno di proclamare la fine del bicameralismo perfetto, intende essere il “padre” della nuova Repubblica e guidarla. Ammesso che gli Italiani siano in grado di valutarne la validità.

Egidio Todeschini

23.10.2015