Il primo anno di papa Francesco

Ha trasmesso l’idea di una Chiesa più aperta al mondo, orientata ai poveri ed alla misericordia. Propone la gioia della fede

 

 

Jorge Mario Bergoglio, optando, dopo l’elezione a Papa, per il nome del Poverello di Assisi e per il titolo di “Vescovo di Roma”, ha fatto subito intendere quale era, per lui, il compito della gerarchia ecclesiale e dei cristiani: recuperare lo spirito evangelico delle origini, interessarsi dei poveri, assumere uno stile modesto e combattere le derive mondane che avevano danneggiato l’immagine dell’Istituzione voluta da Gesù ed affidata a Pietro. Non a caso, nel suo primo discorso al pubblico, esordì con un saluto ai presenti in piazza e chiese loro di pregare per lui, con ciò facendo intuire al mondo il suo spirito innovativo. Da allora, tutti i suoi gesti, le sue parole, le invocazioni, le scelte fatte e le decisioni prese hanno rappresentato una novità assoluta, già rilevabile dal fatto che è il primo gesuita ed il primo argentino a diventare Pontefice. Unico anche a scegliere il nome di Francesco, a conservare la sua Croce pettorale d’argento, a rifiutare l’anello d’oro, la papamobile e l’appartamento in Vaticano, preferendo quello più modesto nella Casa Santa Marta, nonché a pagare di tasca propria la stanza dell’albergo dove aveva soggiornato durante il conclave. Un approccio tipico di chi è sempre stato umile e misericordioso con gli abitanti poveri delle periferie di Buenos Aires, non temendo di mescolarsi ad essi. Un modo di agire che ha contribuito a farlo apprezzare, amare ed eleggere, da diversi giornali, uomo del 2013 anche per effetto delle sue manifestazioni in pubblico, della cordialità sempre mostrata a tutti, dell’amore per i bambini e dei rapporti affettuosi, per telefono o per lettera, anche con atei, tra i quali il giornalista Eugenio Scalfari che ha osato perfino dire che il Santo Padre “di fatto, ha abolito il peccato”. Opinione, questa, decisamente errata.

Un Papa che chiede di pregare per lui sa benissimo che, in quanto “uomo”, anch’egli può peccare, stimolato dal demonio, da quel “tentatore”, il maggior successo del quale - come ha detto nel libro Il cielo e la terra in cui egli e l’ebreo Abraham Skorka esprimono il loro pensiero religioso - è stato quello di “farci credere che non esiste”, ai nostri giorni, e che “tutto possa essere risolto su un piano umano”. Per questo invita chi pecca a rendersene conto, pentirsi e domandare perdono. Che gli sarà dato, come fece Gesù al ladrone crocifisso accanto a Lui. No, non ha eliminato il peccato, Papa Francesco, ha semplicemente invitato i Cardinali ad elaborare una dottrina più morbida ed indulgente sulla morale sessuale e familiare. Che permetta di battezzare i figli di coppie non sposate; che, se approvata dal Sinodo dei Vescovi sulla famiglia il prossimo ottobre e nel 2015, consenta la Comunione ai divorziati, in quanto “ci sono norme o precetti ecclesiali che possono essere stati molto efficaci in altre epoche ma che non hanno più la stessa forza educativa”, per cui non si deve avere “paura a rivederle”, magari rendendo più snella e facile la prassi sul riconoscimento di nullità del matrimonio. Modernizzazione da Bergoglio ritenuta un “contributo indispensabile alla società”, soggetta ad un “individualismo postmoderno e globalizzato” che “favorisce uno stile di vita che snatura i vincoli familiari”, e spinge i giovani a non sposarsi e i figli a soffrire. Per il Pontefice, trattasi di “un lungo cammino che la Chiesa deve compiere” per rispondere ai bisogni spirituali e materiali del popolo, nonché degli omosessuali sui quali non si permette di esprimere giudizi. Da qui la sua convinzione che occorra riconvertirla ad una maggiore dimensione pastorale. Ovvio che ciò abbia fatto sorgere alcune perplessità dai tradizionalisti che non ne accettano l’interpretazione rivoluzionaria di Bergoglio. Che ha, invece, contestato il “peccato clericale” dei sacerdoti che si chiudono in loro, ritenendosi auto sucienti, e degli Episcopi che si sentono “Vescovi di aeroporto o di saloni”.

Prevale, nel Papa, il desiderio di “una Chiesa povera, per i poveri che non possono aspettare”; che spieghi e faccia accettare la verità del Vangelo; soprattutto che, tenendo conto delle attuali condizioni di mentalità ed usanze, insegni ad amare il prossimo. Emigranti compresi, “vittime del rifiuto e dello sfruttamento, della tratta delle persone e del lavoro schiavo". E’ un dovere accoglierli, in memoria di Gesù che “fu un profugo”. Francesco predica contro ricchezze e privilegi ed invita “chi non si sente bisognoso della misericordia di Dio, non si sente peccatore”, a non andare a Messa, perché “quel Confesso che diciamo all'inizio non è un pro forma, è un vero atto di penitenza” di coloro ai quali l’anima impone una continua purificazione per essere in pace con se stessi.

 Atti e parole, i suoi, che spingono a prestare più attenzione ai temi etici e religiosi, facendogli guadagnare la benevolenza di molti, fedeli e non, grazie al coraggio e alla semplicità del suo messaggio. Che piace ai credenti che lo sentono parlare al cuore delle genti alle quali si dedica con affetto e semplicità. La speranza è che ciò aiuti a scoprire ed alimentare la fede ed a vivere da bravi Cristiani. Senza fermarsi alla sola e spontanea simpatia.

Egidio Todeschini