Papa Francesco invita alla misericordia

Per una Chiesa del buon Samaritano sempre pronta a chinarsi sulle

ferite delle anime. Più ospedale da campo che laboratorio

 

 

Papa Francesco continua a sorprendere e ad attirare la simpatia e la benevolenza di chi lo ascolta e lo frequenta. Sentimenti dovuti non solo alla sua affabilità nei confronti della gente, bambini inclusi, ma soprattutto per l’umiltà che sempre dimostra, improntata a quella di Gesù che scelse di “essere piccolo, di stare con i piccoli, con gli esclusi, di stare fra noi peccatori”. Virtù, a suo giudizio, indispensabile anche a chi ricopre una posizione di autorità, perché chi governa “deve amare il suo popolo”. Convinzione tanto profonda che gli fa dire: “Ogni uomo, ogni donna che deve prendere possesso di un servizio di governo, deve farsi queste due domande: io amo il mio popolo, per servirlo meglio? Sono umile e sento tutti gli altri, le diverse opinioni, per scegliere la migliore strada?”. E ancora: “La politica è una delle forme più alte della carità, perché è servire il bene comune”. Quindi nessun cittadino può permettersi di “lavarsi le mani” e, pur nel suo piccolo, di non fare qualcosa. Soprattutto pregare perché chi governa sia umile ed agisca per amore del suo popolo. Il Papa non ha dubbi in merito: “Se un cristiano non prega per i governanti, affinché ci governino bene, perché portino la nostra patria, la nostra nazione avanti e anche il mondo, perché ci sia la pace e il bene comune... non è un buon cristiano!”.

Pregare e dialogare, dunque. Per questo Papa Francesco, pur non amando le interviste, cede a quella richiestagli da don Antonio Spadaro, durata 6 ore e suddivisa in 3 giornate (19, 23 e 29 agosto), poi pubblicata in italiano da La Civiltà Cattolica e da Avvenire e, nelle altre lingue, da 15 riviste dirette dai padri Gesuiti. Un lungo colloquio dal quale emerge, tra l’altro, l’invito agli ecclesiastici a portare luce e calore nelle periferie umane e spirituali del mondo; ad essere caritatevoli come “il buon Samaritano”, capaci di “chinarsi sulle ferite” degli animi e di fare, delle Istituzioni ecclesiastiche, più un “ospedale da campo che laboratorio”. Un’esortazione alla carità e all’amore per il prossimo da esprimere con tenerezza ed umiltà per dare, della Chiesa, una “immagine del santo popolo fedele di Dio… la casa di tutti, non una piccola cappella che può contenere solo un gruppetto di persone selezionate”. Da qui la convinzione che il clero, che a volte si è attenuto solo ai precetti e ai comandamenti, debba invece “curare le ferite e riscaldare il cuore dei fedeli”, come fanno i medici in “un ospedale da campo dopo una battaglia”. Deve, cioè, essere capace “di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte con loro, di saper dialogare e anche di scendere… nel loro buio senza perdersi, curando ogni tipo di malattia e di ferita. Perché “il popolo di Dio vuole pastori e non funzionari o chierici di Stato”.

Papa Francesco non ha dubbi sulla minore urgenza delle riforme organizzative e strutturali della Chiesa. Per lui è, invece, improrogabile, dati i tempi che corrono, trasformare i sacerdoti in sanitari dell’anima, perché nessuno può salvarsi da solo. Solo la misericordia può aiutare a comprendere che “Dio è nella vita di ciascuno” e che, anche se essa “è stata un disastro, se è distrutta dai vizi, dalla droga o da qualunque altra cosa”, compresa l'idolatria del denaro, Egli può far “crescere il seme buono”, identificato da San Paolo nella giustizia, nella pietà, nella fede, nella carità e nella pazienza. Soprattutto nel perdono. Non a caso il Pontefice ammette di aver commesso nella sua vita errori e peccati a non finire, di essere, quindi, “un peccatore al quale il Signore ha guardato”, facendogli capire quanto sia importante la consultazione che può portare a comprendere e perdonare, nonché disapprovare l'eccessiva rigidità della Chiesa. Per questo, alle domande su come comportarsi nei confronti di divorziati risposati, degli omosessuali o delle donne che hanno abortito, risponde che occorre sempre considerare la persona e giudicarla con misericordia, senza condannarla, anzi, perdonandola, se si dimostra pentita. Come con misericordia fece il Figlio di Dio quando, al ladrone ravveduto e crocifisso accanto a Lui, Gesù rispose: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel Paradiso”. Per non rendere “il confessionale un luogo di tortura”, Papa Francesco ritiene necessario dare ai peccatori il tempo necessario per arrivare ad “un cambiamento vero, efficace. Una indulgenza, la sua, notevolmente apprezzata, soprattutto dai diretti interessati, anche se qualcuno ha espresso in proposito qualche perplessità. Probabilmente ignorando che, per seguire l’esempio misericordioso di Dio, i sacerdoti devono accompagnare le persone con buon cuore ed umanità, cercando e trovando nuove strade per andare verso chi non crede, chi se n’è andato, chi è indifferente o malfattore: il Padre Eterno diede ad Adamo ed Eva la totale libertà, riconosciuta a tutti gli uomini, di peccare. Purché però si pentano.

Ma non basta comprendere e perdonare; le gerarchie ecclesiastiche sono tenute a lavorare di più per far capire quanto possa essere necessario il genio femminile nei luoghi nei quali si prendono le decisioni importanti, anche dove si esercita l’autorità della Chiesa della quale è Madre la Vergine Maria. Da qui la necessità di annunciare il Vangelo, diffondere la buona notizia del Regno e curare, con la predicazione, l’umiltà e la misericordia, ogni tipo di malattia e di ferita. Come ha fatto il Figlio di Dio, morto in Croce per redimere l’umanità. Papa Francesco non ha dubbi: per ritrovare la fede ed amare Gesù, occorre “una Chiesa Madre e Pastora”. Cioè feconda ed amorevole.

Egidio Todeschini

28.9.2013