La corsa per la presidenza della Repubblica

Le continue lotte tra i politici. Le norme della Costituzione per la elezione. L’amor patrio prevalga sugli interessi personali

 

 

Il 14 gennaio scorso il Capo dello Stato ha dato le dimissioni, ritenute opportune a causa dell’età, (il 29 giugno compirà 90 anni) e già annunciate, durante il tradizionale scambio di auguri natalizi. Alle alte cariche convocate al Colle, Napolitano ha rivolto l’invito a darsi da fare “per sollecitare, discutere, sostenere scelte efficaci di Governo, ad impegnarsi sul terreno delle riforme costituzionali ed elaborare una nuova legge elettorale”. Al termine del discorso televisivo di fine anno, per altro da molti contestato per non aver detto neanche una parola sui Marò o sulla immigrazione clandestina, il Presidente ha reso noto che avrebbe lasciato il Quirinale subito dopo la fine del semestre italiano di presidenza dell'Ue.

E’ iniziato così, come sempre, il toto-Quirinale, cioè le analisi ed i commenti mediatici e politici su chi potrebbe succedergli, accompagnati dalla convinzione che l’Italia possa avere un Presidente della Repubblica donna, da scegliere tra le più autorevoli, per esempio la ministro della Difesa, Roberta Pinotti, del giudice della Corte Costituzionale, Marta Cartaria, o della senatrice PD, Anna Finocchiaro, dovendosi escludere Emma Bonino, fuori dalla corsa per motivi di salute. Tanti, invece, i papabili di sesso maschile: Mario Segni, Mario Monti, Bersani, Mattarella, Castagnetti, Veltroni, Gentiloni, Amato, Padoan, Casini e Draghi (che ha fatto sapere di non essere interessato), ai quali si aggiungono il Presidente del Senato, Grasso, attualmente Capo dello Stato supplente per disposizione costituzionale, e Prodi o D'Alema preferiti dall'area facente capo a Bersani. Un elenco, arrivato alla cifra di quaranta nomi, cui si sono subito aggiunte le dispute, nonché le minacce di non votare per il candidato suggerito dal patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi, benché quest’ultimo, in nome della Costituzione che richiede una condivisione tra maggioranza ed opposizione per l'elezione del Capo dello Stato, abbia manifestato la sua disponibilità a esprimersi a favore di un candidato del Pd, purché “competente, garante, equilibrato”. Promessa, questa, non approvata dalla Lega che non vuole un altro Capo di Stato di sinistra. Non perché i precedenti fossero sempre disdicevoli, ma per il fatto che qualcuno è venuto meno al ruolo di “super partes”, trasformandosi così in monarca. Non a caso Napolitano è stato più volte definito “Re Giorgio” per avere talvolta travalicato i suoi poteri, soprattutto a danno del centrodestra.

Per eleggere il prossimo Capo dello Stato, si devono rispettare la norma della Costituzione che, all'articolo 86, prescrive che la convocazione delle Camere in seduta comune avvenga 15 giorni dopo le dimissioni o decadenza del mandato presidenziale, onde dare alle Regioni il tempo di nominare i grandi elettori che si aggiungeranno ai Parlamentari. Quindi la prima votazione avverrà il 29 gennaio a voto segreto, come prescritto, il che non garantisce affatto la vittoria del migliore, veramente super partes, ma alimenta quella disonorevole dei “franchi tiratori”, cioè di chi vuole escludere i rivali ed impedire la vittoria dell’avversario. Per motivi politici ma, soprattutto, economici, date le notevoli retribuzioni attribuite al Presidente della Repubblica, che poi diventa senatore a vita, e le “ricompense” promesse a chi ne ha favorito l’elezione.

La norma costituzionale impone anche che, nei primi tre scrutini, ci sia una maggioranza di due terzi, cioè almeno 672 schede a favore di un candidato; dal quarto in poi ne basteranno 505. Ne consegue che i partiti del Governo avrebbero i numeri per eleggere chi, secondo Renzi (che, però, al momento in cui scrivo, non ha ancora manifestato nomi) deve sostituire Napolitano; se ad essi si aggiungesse FI, arriverebbero addirittura a 720 voti. Entità tutt’altro che sicura a causa delle diatribe interne nel Pd, che ha più di 450 grandi elettori, dove, però, tira un’aria battagliera spalleggiata da Sel (Sinistra Ecologia Libertà), di estrema sinistra. Neppure Berlusconi naviga in acque calme, in quanto i 18 senatori aderenti a Raffaele Fitto non approvano il Patto del Nazareno né l’eventuale candidatura (ipotizzata come probabile ed eventualmente accettata dal Cavaliere) di Amato, optando invece per Casini, ritenuto idoneo a garantire gli equilibri necessari al Paese. Insomma, per ora si assiste solo a trattative segrete, insulti, depistaggi e lotte interne, tipici della consuetudine nazionale, vigente nel Medio Evo e messa in evidenza dal sommo Poeta fiorentino, che evidentemente ancora impera.

A danno della politica e del buon nome dell’Italia che ha bisogno di un Capo di Stato nel quale gli Italiani riconoscano il meglio di sé, andandone fieri, e che l’Europa veda come un interlocutore affidabile, autorevole e impegnativo. Se è vero che è “la storia a scrivere i Presidenti”, come recentemente affermato, sul Corriere della Sera, da Michele Ainis, ordinario di Istituzioni di diritto pubblico, quella nazionale non fa sperare granché. E c’è solo da augurarsi che l’amor patrio prevalga sugli interessi personali.

Egidio Todeschini

24.1.2015