La siccità porta con sé miseria e morte

Molti ancora i Paesi che soffrono di mancanza d’acqua, con i drammi che ne conseguono. Ma non sempre la colpa è della natura  

 

 

Purtroppo, nel mondo, la carenza idrica si fa sempre più rilevante, con conseguente riduzione della produzione agricola ed incremento della miseria. Problema cui occorrerebbe prestare più attenzione, senza peraltro addossarne sempre la responsabilità solo agli Occidentali. I quali, dimenticando che il futuro del pianeta dipende anche da una sufficiente disponibilità idrica, concorrono indubbiamente allo spreco.

A stare al Quarto Rapporto Onu del 2009, di cui riporto alcune frasi nei virgolettati, c’è da preoccuparsi, se è vero che, nei prossimi decenni, la siccità renderà “inabitabili immense aree del Terzo mondo. Già entro 20 anni si prevedono centinaia di milioni di Africani e decine di milioni di Sudamericani in fuga o falciati dalle sete”, che comporterà un’ecatombe nella maggior parte del globo, fino “a 3,2 miliardi di persone”. Forse troppo pessimiste e catastrofiche, tali previsioni che, secondo qualcuno, eccedono in “congetture” non dimostrabili, senza contare che, per stilarle, furono spesi miliardi di euro che sarebbe stato più logico devolvere in interventi più concreti.

Anche il WWF parlava a suo tempo di una futura crisi idrica che avrebbe coinvolto i Paesi poveri (dove ogni anno muoiono 5 milioni di persone, in particolare bambini, per aver bevuto acqua non potabile), ma pure gli Stati occidentali, “prosperi e spreconi”, a causa del riscaldamento globale, dell’inquinamento industriale e della gestione approssimativa di bacini idrici ed acquedotti. Previsione azzeccata! La siccità di questa estate negli Usa, la peggiore degli ultimi 50 anni, mette in difficoltà tutto il settore agro-alimentare non solo nell’America del Nord, ma anche nel mondo (specie di alcuni “prodotti base” come mais, grano, soia), proprio perché i maggiori granai si trovano negli Stati Uniti, grandi esportatori di cereali (primi al mondo per il mais ma nelle posizioni di testa anche per soia e grano). Ne consegue che i prezzi, compresi quelli della carne, dato che un terzo della produzione mondiale di cereali finisce nelle mangiatoie, saranno destinati a crescere. A danno soprattutto dei Paesi poveri, dove ogni crisi alimentare planetaria si trasforma in “fame” vera e propria per la popolazione, provoca conflittualità e spinge ad emigrare. Il cibo a basso costo è essenziale per la sopravvivenza umana. Non a caso sono rispuntati gli sbarchi a Lampedusa.

L’aumento delle temperature e la scarsa piovosità comportano una degradazione dei suoli che costituisce un pericolo per le regioni aride e secche del pianeta, quasi il 50% delle terre emerse, quindi per più di 100 Paesi e per un miliardo circa di abitanti. Il continente più colpito è l’Africa dove oltre i due terzi delle terre coltivate sono a rischio, ma ciò non toglie che esistano larghe aree degradate anche in Asia, Oceania, America meridionale e, in misura minore in Europa e America settentrionale. Un'aridificazione, spesso causata da attività umane, che comporta un degrado delle terre in particolari ambiti climatici. Una situazione da allarme rosso che ha spinto Parigi e Washington a convocare i Paesi del G20 in una serie di riunioni, a fine agosto, per evitare i fenomeni di affannoso accaparramento di risorse, nei Paesi importatori, e di blocco delle esportazioni, nei Paesi esportatori. La siccità impone di non sottovalutare la crisi ed intensificare la cooperazione internazionale, senza scivolare in atteggiamenti nazionalistici, ma studiando invece adeguati interventi d’urgenza e riforme delle politiche agricole.

Ma senza scivolare nei pregiudizi. Non è vero che siccità, piogge eccessive o ritardate, fenomeni climatici estremi hanno un solo padre, il riscaldamento globale dovuto all’industrializzazione, come molti affermano, compreso l’analista della Nasa, James Hansen. Fenomeni similari sono avvenuti anche nei secoli passati, perché il clima è ballerino. E basterebbe ripassare la storia, per rendersene conto. Dice niente che, nell’estate del 1529, Solimano il Magnifico non conquistò Vienna a causa del cattivo tempo che gli rese impraticabile la via per arrivare in Austria? Anche l’armata di Napoleone nel 1812 fu annientata da un’estate torrida che comportò la morte di 90.000 soldati per dissenteria, difterite e tifo. O, per restare a tempi più recenti, il torrido agosto del 1946. Eventi storici che dimostrerebbero la scarsa incidenza dell’incremento dell’anidride carbonica, provocato dalle industrie. Piuttosto, a cagionare l’aridificazione di alcune contrade hanno concorso la diffusa deforestazione, l’eccessiva urbanizzazione, le attività estrattive, l’inquinamento dei terreni, gli incendi (solo nella nostra Penisola, quelli causati da stupidi piromani sono stati più di 137 e, mentre scrivo, continuano ancora!!!), nonché le cattive pratiche di irrigazione. Il che mette a rischio oltre 100 Paesi (oltre un quarto della superficie terrestre), tra i quali, secondo il recente rapporto stilato dall’INEA, anche l’Italia (più del 50% del suo territorio), specialmente nel Sud.  

L’ONU, per fronteggiare i problemi legati alla desertificazione in tutto il pianeta, dal 1994 ha dichiarato il 17 giugno “giornata mondiale della lotta alla desertificazione”, ed ha proclamato il 2011 Anno Internazionale delle Foreste. Difficile dire se ciò abbia influito o meno sulla mentalità della gente: alcuni risultati positivi si sono già ottenuti, anche grazie ad iniziative private, visto che è diminuita di 3 milioni annui la mortalità infantile dovuta a carenza di cibo o di acqua. Ma non basta. Si deve fare di più, incominciando con lo spendere meglio i soldi dello Stato.

     Egidio Todeschini

30.8.2012