La salvezza ai tempi del coronavirus
 Ambiguità del nostro tempo. Non paura ma preghiera e solidarietà

 

Coronavirus, questa parola sulla bocca di tutti. Il problema è diventato mondiale, tutti ne parlano, quante ricette e opinioni, quante lauree in infettivologia, sui social e ovunque.

Non paura, ma preghiera e solidarietà: è l’appello dei Vescovi lombardi. E l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, ha invitato: “Serietà e prudenza, necessarie, non devono però aprire all’allarmismo e ai toni apocalittici cui indulgono certi predicatori intenti a cogliere nella malattia il segno dei castighi di Dio”. E invocando la benedizione del Signore, ha aggiunto: “La preghiera non è una assicurazione sulla vita ma una dichiarazione di alleanza. Dio è alleato del bene, di chi fa il bene”. Dio non è intento a punire l’umanità ma è “alleato di medici e scienziati, degli uomini che cercano il rimedio contro il virus”.

Chiarito bene questo, ecco alcune riflessioni sul tema salvezza come intesa dall’uomo oggi. La fede ci dice che Cristo è venuto per noi e per la nostra salvezza, Lui è il nostro Salvatore. Ma oggi c’è un modo nuovo di porre e di vivere il problema della salvezza. L’uomo moderno si crede convinto di essere padrone del suo destino. All’uomo di oggi arride una nuova speranza terrena. Da teocentrica (Dio al centro) la visione dell’uomo diventa antropocentrica (l’uomo al centro): si è operato un radicale spostamento di interessi, un’autentica rivoluzione copernicana nell’universo spirituale dell’uomo. Egli non appare più ai propri occhi come pellegrino che percorre frettolosamente la valle di lacrime di questo mondo, tutto teso verso la terra promessa dell’aldilà. Egli diventa sempre più un sedentario, che crede di avere qui la sua stabile dimora. Le uniche frontiere che conosce sono quelle terrestri e temporali. Alla speranza teologale ha sostituto una speranza umana e terrena. Una nuova missione e una nuova azione danno un senso nuovo alla sua vita: quello della conquista graduale del mondo. L’uomo non attende più la salvezza dall’esterno, ma se la vuole costruire con le sue stesse mani.

Ma poi l’uomo si accorge di avere avuto troppa fretta nel proclamare la sua autonomia e nel gridare la superfluità e la morte di Dio. L’ubriacatura del progresso lo ha reso cieco di fronte ai permanenti squilibri che esistono nel mondo ed ai fenomeni nuovi, preoccupanti nella loro stessa novità. Il mondo si presenta ancora piena di problemi insoluti. Risolti alcuni, altri ne rimangono la cui soluzione sembra lontana o addirittura impossibile, mentre sempre nuovi problemi insorgono, creati dallo stesso progresso, dalla scienza e dalla tecnica. La scienza e l’attività tecnica d’altronde, pur tendendo al miglioramento della vita dell’uomo, rappresentano solo un aspetto della soluzione dei problemi dell’uomo, mentre altri permangono sui quali la tecnica e la scienza non hanno poco da dire. Inoltre l’uomo, a proprie spese purtroppo, si è accorto che il progresso tecnico è fondamentalmente ambiguo, cioè aperto al bene come al male, alla salvezza come alla perdizione dell’uomo. L’esperienza scottante di due guerre mondiali, i campi di sterminio, le paurose devastazioni della prima atomica, lo squilibrio prodotto nell’ecologia, l’inquinamento atmosferico, le fosche e apocalittiche visioni dei futurologi, ripropongono all’uomo d’oggi il problema di una “salvezza” che ha dimensioni più vaste e più profonde.

La tentazione di fare da soli, di prescindere in tutto non solo da Dio ma anche dagli altri, è ancora forte. Mi riferisco al fatto che siamo tentati di farci infettare dal virus dell’autonomia, dell’indifferenza, della chiusura in noi stessi. Cose che si manifestano in questi giorni in diversi modi: dalla presunzione di poter essere noi a decidere cosa fare, all’utilizzo di questa situazione di incertezza per dire che chi ci governa è inadeguato, alla leggerezza di chi fa solo quello che vuole e che gli piace.

Tutti segnali di una scarsa attitudine alla solidarietà, all’unità, alla coesione. Evitiamo la tentazione di fare a meno degli altri e, per noi che ci diciamo credenti, di fare a meno di Dio, perché non si è mai visto un ramo dar frutto da solo, una volta tagliato dalla pianta. Ben venga pure, vien da pensare, alla proibizione, come sta accadendo in Lombardia, di celebrare comunitariamente l’Eucarestia, così magari impariamo a valorizzare la Messa quando possiamo celebrarla liberamente. E, detto fuori dai denti, di rifiorire in questo senso ne abbiamo tutti bisogno. Perché l’unione, la solidarietà, lo stare insieme, il collaborare insieme, e il rimanere attaccati a Dio significano una sola cosa: amore. E il diavolo odia l’amore.

Don Egidio Todeschini, 2.4.2020