Il no svizzero alle sei settimane di ferie

Gli Elvetici preferiscono lavorare piuttosto che peggiorare la crisi economica. Un amor di patria che in Italia ancora manca

 

Può aver sorpreso all'estero, soprattutto nella nostra Penisola, il “No, grazie” degli Svizzeri all’aumento delle ferie da quattro a sei settimane. Il referendum, promosso dal sindacato d’ispirazione cristiana Travail Suisse e sostenuto da tutte le altre associazioni sindacali, nonché dai partiti di sinistra - secondo i quali le sei settimane di riposo avrebbero dovuto costituire una risposta al crescente stress di almeno un terzo dei lavoratori - non ha convinto il 66,5% degli Elvetici di tutti i Cantoni, compreso il Ticino che lo ha bocciato con una percentuale inferiore (54,14%). Il risultato, previsto dai sondaggi, non ha destato stupore in Svizzera, anche perché la proposta era stata disapprovata pure dal Governo e dalla maggioranza parlamentare (organi che si esprimono su ogni iniziativa popolare), secondo i quali “ o le aziende assumono personale supplementare oppure i dipendenti devono eseguire il loro lavoro in meno tempo”. Come dire: vacanze più lunghe, costi salariali più elevati e più stress lavorativo. Tra l’altro, non è la prima volta che ciò capita: già nel 1985 e nel 2002 simili iniziative referendarie erano state respinte.

Era prevedibile che la crisi economica avrebbe accentuato la propensione elvetica all'operosità e al patriottismo, sentimenti grazie ai quali i datori di lavoro, i partiti di destra e gli stessi dipendenti hanno scelto di non ridurre la competitività nazionale a causa di ferie più lunghe, benché operai ed impiegati, almeno in teoria, avrebbero potuto esserne attratti, pur godendo di già del diritto ad almeno quattro settimane di riposo l'anno, minimo legale che, in base all’art. 329a del Codice delle obbligazioni, sale a 5 per i lavoratori con meno di 20 anni di età. Ciò vale anzitutto per gli apprendisti che diversamente passerebbero dai diversi mesi di vacanze scolastiche (che variano nei diversi Cantoni) ai soli 28 giorni previsti dalla legge in vigore. E pure per i dipendenti delle categorie per le quali vigono i contratti collettivi, strumento tipico degli Elvetici per la regolamentazione dei rapporti di lavoro.

A parte la naturale propensione degli Svizzeri alla produttività, è indubbio che ci sono state anche ragioni di natura economica a spingerli a tale decisione: in tempi di crisi rinunciare a due settimane di lavoro sarebbe apparso ingiustificabile agli occhi di un popolo che ha fatto della laboriosità la propria bandiera nel mondo. Simbolo che, evidentemente, affascina l’Elvezia più di un bel viaggio al mare o in montagna.

Un rischio non indifferente per l’economia del Paese. Non a caso il comitato per il “no” aveva lanciato in merito uno spot molto drastico: un uomo in sala operatoria abbandonato dai medici proprio per effetto della nuova disciplina delle ferie. Un po' forzata, forse, l’immagine propagandistica che tuttavia ha avuto successo se, contrariamente al solito, ha convinto gli Svizzeri a presentarsi numerosi alle urne. In effetti, la Confederazione è sì un modello di democrazia diretta, ma i suoi cittadini non vanno spesso a votare: mediamente, da oltre tre decenni, si esprime solo il 42 o il 49 percento degli aventi diritto, a differenza dei Paesi europei dove l’affluenza è decisamente maggiore ed oscilla fra il 50 e il 90%, Italia compresa ove partecipa alle votazioni almeno il 78% di elettori. Una frequenza normalmente scarsa, quella elvetica, che però non incide sul fondamentale principio secondo il quale la decisione finale spetta sempre e comunque non agli eletti, bensì al popolo che - grazie a strumenti quali il referendum o la proposta legislativa, se approvati a livello federale e dai singoli Cantoni - può esprimersi sulle decisioni politiche e sui dossier più importanti.   

Viene spontaneo pensare che una similare iniziativa popolare in Italia avrebbe probabilmente ottenuto un sostegno plebiscitario e superato il fatidico quorum (che in Svizzera non esiste), anche se poi il risultato avrebbe potuto essere manomesso, come spesso succede da noi, da una successiva legge nazionale. Il che conferma l’esistenza di quella specie di muro, virtuale ma altissimo, chiamato amor di Patria, che invece manca a gran parte degli Italiani. I quali, forse, hanno mentalmente reagito alla notizia della bocciatura del referendum con un sorriso ed una battuta ironica sui “soliti Svizzeri”, capaci di dire di no a due settimane di ferie. Certo, la proposta, sostenuta da sindacati, verdi e socialisti, aveva una forte vena populista e poggiava sull’idea, falsa, che con 15 giorni di ferie in più si sarebbero liberati posti, seppure a tempo limitato, e sarebbero cresciuti i consumi interni. Eppure dalle città più moderne come Zurigo, Ginevra o Losanna fino ai paesi sperduti nelle valli dell'Appenzell, la stragrande maggioranza ha detto no, perché in tempi di crisi - di cui anche la Svizzera, nonostante il franco forte, anzi proprio per questo, soffre - due settimane in più di vacanze avrebbero pesato, e non poco, sui bilanci delle imprese, in particolare delle più piccole. Con le conseguenze che si possono facilmente immaginare. Sorprende questo "gran rifiuto", ma di certo gli Elvetici hanno mostrato ancora una volta una maturità civica che noi Italiani possiamo solo invidiare. Non a caso, pochi giorni fa, il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, ha affermato che occorre “lavorare di più e più a lungo”. E magari amare di più la nostra Patria.
15.3. 2012

Egidio Todeschini