Più che necessaria la riforma della Giustizia

Le sentenze contro Berlusconi per farlo fuori politicamente. A dispetto dell’imparzialità giudiziaria e della separazione dei Poteri

 

Ha sorpreso molti la decisione della Consulta di non riconoscere al Cavaliere, all’epoca Capo di Governo, il “legittimo impedimento” a presenziare al processo Mediaset (conclusosi in appello con una condanna a 4 anni di prigione e 5 d’interdizione dai pubblici uffici), benché impegnato in un Consiglio dei Ministri convocato d'urgenza su richiesta dell'Ue; prevedibile anche la reazione critica seguita alla sentenza di primo grado del processo “Ruby” che ha condannato il Cavaliere a 7 anni di galera (uno in più di quelli richiesti dal pm Boccassini) e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. In effetti, le giustificazioni apportate sia dai magistrati milanesi che dai membri della Corte Costituzionale sono quanto meno discutibili: a Milano, il giudice Giulia Turri e le sue colleghe hanno ritenute false, benché non avessero prove contrarie, le 32 testimonianze a favore dell’imputato, compresa quella della presunta parte lesa, cioè Ruby. Né è concepibile che un Capo di Governo possa non partecipare ad una riunione dell’Esecutivo solo per presenziare ad un’udienza processuale. Inevitabile, quindi, che tali decisioni siano state valutate come “atto di guerra” dei magistrati nei confronti del “nemico” che, da quando è sceso in politica, ha dovuto far fronte a ben 33 processi, tre dei quali ancora in atto, che hanno impoverito l’immagine internazionale dell’Italia e del Cavaliere. A conferma dell’affermazione del giurista Piero Calamandrei (1889-1956): “Quando per la porta della Magistratura entra la politica, la Giustizia esce dalla finestra”.

Un’ingiustizia che, se fa gongolare la sinistra, ha comportato un onere economico non indifferente allo Stato e all’accusato. La figlia di Berlusconi, Marina, ha definito la sentenza emessa a Milano “uno spettacolo assurdo che con la Giustizia non ha nulla a che vedere” e per l’ex ministro delle Pari Opportunità, Mara Carfagna, è “l'ennesima tappa della guerra dei 20 anni… nel tentativo di eliminare attraverso le vie giudiziarie un leader politico che la sinistra non è riuscita a battere attraverso il mezzo democratico delle elezioni”. Commenti negativi cui si aggiunge quello del Ministro Maurizio Lupi, secondo il quale ciò “sancisce la subalternità della politica all’ordine giudiziario”. E che spinge Michaela Biancofiore, attuale Sottosegretario governativo per la Pubblica Amministrazione e la Semplificazione, a minacciare un ricorso alla Corte europea. Ingiustizia che diventa evidente se si confrontano, con quelle incassate dal Cavaliere, le condanne inflitte ad imputati per omicidi, stupri, violenze varie e truffe o crack finanziari che hanno ridotto sul lastrico migliaia di risparmiatori. Colpevoli (compreso Beppe Grillo condannato a 14 mesi per l’omicidio colposo di una coppia di amici e del loro bambino) che se la sono cavata con pene appena superiori, uguali o di poco inferiori. Ancor più lampante, la doppiezza giudiziaria, se si pensa alle intenzionali lentezze giudiziarie che portano alla prescrizione i reati commessi da politici di sinistra (vedasi il caso Penati), nonché l’inerzia che gli inquirenti a volte usano nei confronti degli esponenti del Pd, per es. quelli coinvolti nello scandalo della Banca del Monte dei Paschi di Siena. In effetti si assiste, da un ventennio, ad un'arrogante interferenza di un potere dello Stato (la Magistratura) nei confronti dell’Esecutivo. I magistrati di alcune Procure credono di non avere soltanto il compito di applicare le leggi, ma anche, anzi soprattutto, quello di cercare di eliminare il “nemico”, cioè l’avversario politico: è successo nei confronti dei democristiani e dei socialisti con “Mani pulite”; si ripete ora contro Berlusconi ed i suoi alleati di partito. Che potranno non piacere ma che devono essere sconfitti dal voto popolare, non fatti fuori da lungimiranti sentenze giudiziarie. Altrimenti si mette a rischio la democrazia.

Ben vengano, quindi, i referendum previsti in materia da Pannella e miranti a limitare l'abuso del carcere preventivo, ad introdurre la responsabilità civile dei magistrati e la separazione delle carriere. Certo, sarebbe più opportuna una riforma parlamentare delle Istituzioni e dell’Ordine giudiziario per sopprimere la battaglia fra potere politico e giuridico. Ma il Pd, che preferisce lasciare alla Magistratura il compito di eliminare Berlusconi dalla vita pubblica, si oppone alla proposta presentata dall’avvocato Donato Bruno, senatore Pdl, per inserirla nelle modifiche della Costituzione, ora previste; volontà cui l’attuale Ministro per le Riforme costituzionali, Gaetano Quagliariello, si adegua affermando che “La magistratura resterà fuori dal pacchetto riforme”, perché “il tema della Giustizia non entra all’interno del disegno di legge speciale che stiamo facendo per rivedere l’articolo 138 della Costituzione”. Salvo poi aggiungere: “E’ e resta evidente che un problema Giustizia in Italia c’è”; e rilevare che “se si apportano modifiche al ruolo del Capo dello Stato è giocoforza andare a toccare aspetti che riguardano la Giustizia e la Magistratura”. Necessario ed indifferibile, quindi, tutelare la democrazia, l'Italia, la divisione dei Poteri e la sovranità popolare. E limitare quelle “invasioni di campo” contro le quali Napolitano si batte per avere un “corretto e rispettoso rapporto tra politica e Magistratura”. E c’è da augurarsi che, qualora fossero approvati dal popolo i referendum pannelliani, che comunque si terranno nel 2014, non siano successivamente manomessi dal Governo e dal Parlamento, come già accaduto altre volte. Perché, solo una riforma adeguata può sostenere e garantire il bene del Paese.

5.6.2013, Egidio Todeschini