Il terrorismo sconvolge di nuovo l’Italia

Riprendono gli attentati per motivi politici, economici, mafiosi o di follia. Da Genova a Brindisi, bombe e minacce. Lo Stato reagisca

 

Credevamo di essere usciti dagli anni bui del terrorismo durante i quali, tra il 1968 e il 1974, furono compiuti, prevalentemente ad opera delle Brigate Rosse, 140 attentati che insaguinarono la Penisola. La strategia della tensione incominciò a Milano, con la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre; ne seguirono altre un po’ ovunque, provocando incendi, morti e feriti, tra i quali Indro Montanelli. Bloccati, grazie alle indagini giudiziarie, ripresero nel 1980 (strage di Bologna), nel 2003-6 (incendi della sede milanese di Forza Italia e di quella padovana di Forza Nuova), cui seguì il ferimento del manager della «Breda», Schirone, l'agguato al giuslavorista e senatore pd, Pietro Ichino, da allora sotto scorta, e la morte di due suoi colleghi, Massimo D’Antona e Marco Biagi. Pagine tristi e violente che ora sembrano ripetersi, a dimostrazione che, nel frattempo, non si è riusciti a generare, in Italia, gli indispensabili sentimenti di educazione, giustizia, equità ed amor patrio, i soli che possono porre un freno al ribellismo violento e alle proteste incivili, spesso anarchiche, quali l'attentato genovese contro il manager Roberto Adinolfi, dirigente di Ansaldo Nucleare, la bomba piazzata davanti l’Istituto professionale Morvillo Falcone a Brindisi.

Il tutto in nome di una “rivoluzione” che Alfredo Davanzo, brigatista attualmente processato di nuovo a Milano, spera che vada avanti, perché “è il momento buono!”. Minaccia, questa, espressa in Tribunale, aggravata da quanti, con lui, hanno urlato che “la violenza è inevitabile”, perché “nessun gruppo di dominatori nella storia ha mai abbandonato pacificamente il potere”, che si sovverte “solo con le armi” e tramite una “rivoluzione che non si processa”. Stessi proclami di un quarantennio fa, quando si ferivano o uccidevano personalità (politici, magistrati, intellettuali, sindacalisti, agenti delle forze dell’ordine) o si sparava nel mucchio, coinvolgendo in modo casuale decine di vittime. Un fenomeno non solo italiano, che si manifestava anche all’estero con cortei violenti, sabotaggi, spedizioni squadristiche messi in atto da delinquenti convinti di convincere, così, gli operai alla rivoluzione.

Purtroppo, in Italia si è ricominciato a sparare di nuovo. Nel giro di poche settimane si è passati, dai suicidi d’imprenditori e disoccupati, ad un ribellismo violento che riporta ai tempi andati. Aggressioni messe in atto con bombe, come quella scoppiata domenica scorsa vicino alla sede elettorale di Rapallo, per fortuna senza procurare morti o feriti, dopo l’efferato attentato di Brindisi che ha ferito otto studenti ed ucciso una sedicenne. Crimine, questo, di cui non si conoscono ancora autori e finalità, ma compiuto in un periodo similare a quello della morte di Falcone, di sua moglie e della scorta (23 maggio 1992). Oggi, come allora, la Penisola vive una gravissima crisi politica ed economica che, da una parte, vede i partiti decapitati, come ai tempi di Mani Pulite, perché incapaci di affrontare i problemi nazionali, tanto da spingere l'elettorato a non votare; dall’altra molti suicidi. Incertezze, paure e sfiducia che alimentano il terrorismo, anche se parzialmente difforme da quello degli anni 60/70. Che spingono il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, ad ipotizzare che l’eccidio di Brindisi non sia opera della criminalità siciliana, benché la scuola sia intitolata a Francesca Laura Morvillo, moglie di Falcone, e non perché la mafia risparmia bimbi e donne, come va raccontando chi dimentica i tanti ragazzini uccisi, tra i quali Giuseppe Di Matteo, sciolto nell’acido a 15 anni, l’undicenne Claudio Domino ed il tredicenne Giuseppe Letizia.

Sì, forse non c’entra la malavita siciliana, ma non è da escludere il banditismo pugliese. Sarà un caso, ma gli studenti feriti sono quasi tutti di Mesagne, sede della Sacra Corona Unita il cui capo storico ha fatto sapere, dalla galera, che saranno “loro, prima della Magistratura”, a scovare il colpevole. Un’offesa alle Istituzioni statali emessa da un gruppo criminale, che solo in un anno, il 1990, ha ucciso 150 persone e qualche settimana fa ha fatto esplodere l’auto del presidente dell'associazione antiracket, Fabio Marini. E che ora continua a mettere a rischio stabilimenti balneari, alberghi, autovetture, commercianti, capannoni industriali, farmacie, concessionarie auto, magazzini di stoccaggio merci, paninoteche e bar. Tanto da spingere polizia e carabinieri a fare perquisizioni nelle abitazioni di noti pregiudicati per controllarne gli alibi. Tuttavia non si può neppure escludere che sia il gesto isolato di un matto che agisce solo per malvagità, per il piacere di godersi lo spettacolo della morte, non per motivi politici o religiosi, come il musulmano di Tolosa o Breivik, il demente di Oslo. In effetti, l’attentatore (o gli attentatori) ha colpito un istituto professionale frequentato da figli di gente modesta che ambisce solo ad assicurare loro un posto di lavoro.

Ma la violenza è sempre da condannare e punire. Secoli fa le rivolte, fiscali o politiche, hanno portato alla nascita degli Stati Uniti d’America contro l’Inghilterra coloniale, alla rivoluzione francese, e all’indipendenza dell’India. Oggi possono solo generare atti di terrorismo anarchico o di pura follia. Non a caso dal sondaggio, realizzato dalle ACLI ed ignorato quasi da tutti i media, risulta che “il 32% degli Italiani interpellati ritiene che il nostro Paese possa essere trasformato solo attraverso una rivoluzione”. Spetta alle Istituzioni politiche e alla Magistratura fare in modo che ciò non accada. Prevenendo gli atti malavitosi, soprattutto punendoli, senza che, come ha detto il premier Monti, “nessuna ragione di Stato freni la verità”. Ciò invece sembra essere avvenuto dopo la morte di Falcone e Borsellino.

Egidio Todeschini