Basta avventure senza ritorno

Veritiera la dichiarazione del Papa: già in atto una terza guerra mondiale. Per la Libia no alla guerra sì alla pacificazione

 

 

Secondo il Papa, è già in corso la Terza Guerra Mondiale, la quale vede antagonisti il mondo cristiano e parte di quello musulmano. Un conflitto che potrebbe essere catastrofico, cui il Papa invita a non rassegnarsi, ma a far fronte con passi e azioni concreti di fratellanza, quindi di “misericordia”, che soli possono scongiurarlo prima che provochi ulteriori morti, stragi e distruzioni. Come purtroppo fanno quotidianamente i terroristi che uccidono, stuprano, demoliscono chiese e monumenti storici nei loro Paesi ed in Europa. Dove arrivano, mischiati a chi cerca di scappare alla fame, alle uccisioni e alle violenze di ogni genere, partendo dalle coste nordafricane, comprese quelle della Libia. Questo Paese, dalla fine di Muhammar Gheddafi, è in balia di milizie, tribù, bande criminali e jihadisti che si contendono il territorio.

Conflitti continui che hanno convinto alcuni Capi di Governo europei e gli Americani a ritenere necessaria una guerra per rimettervi ordine e pace, soprattutto per cercare di debellare i massacri locali e di ridurre le infiltrazioni degli Islamici in Europa, nonché le eccessive emigrazioni. Finalità che sarebbero già state raggiunte (grazie all’accordo firmato a Bengasi il 30 agosto 2008 da Berlusconi e dal Colonnello libico, grazie al quale l’Italia e la Libia avrebbero combattuto “insieme contro i commercianti di schiavi”) se nell’agosto 2011 una coalizione formata da Francia, Belgio, Danimarca, Italia, Francia, Norvegia, Qatar, Spagna, Regno Unito, Canada ed USA non avessero dichiarato quell’insensata guerra a Gheddafi che terminò 2 mesi dopo con la sua morte.

Per una nuova azione militare occorre, ovviamente, un accordo tra gli Stati occidentali, per ora inesistente. Ma potrebbe iniziare quanto prima, con la spedizione dei cinquemila soldati che, secondo John R. Phillips, ambasciatore statunitense a Roma, l‘Italia avrebbe dichiarato di poter “inviare in Libia”, come affermato da Roberta Pinotti, Ministro della Difesa, durante un’intervista televisiva. Valutazioni, quelle del diplomatico, considerate dal nostro Premier “un'ingerenza”, in quanto è vero che quel Paese “ci riguarda molto più da vicino e in cui il rischio di deterioramento è molto più preoccupante per noi”, ma è necessaria “molta calma… perché non è il tempo delle forzature, ma del buon senso e dell'equilibrio”.

Quel buon senso che, secondo Renzi, obbliga ad attendere che, dopo “tutti i passaggi parlamentari e istituzionali necessari alla decisione, sia la nascita di un legittimo governo libico da affiancare in un'azione stabilizzatrice”. Salvo, poi, intervenire “dopo aver coinvolto nella decisione il Parlamento ed il Paese”, dove, secondo un recente sondaggio, l'81% degli Italiani è contrario ad un intervento militare. Da effettuare, eventualmente, solo "sulla base della richiesta di un governo legittimato" della Libia (alla cui costituzione la diplomazia italiana sta lavorando febbrilmente), onde evitare salti nel buio. E, soprattutto, in comunione con gli altri Stati occidentali che non dovrebbero farci “rifare gli errori del passato”, ma dimostrare responsabilità nei confronti dell’Italia.

Sulla stessa linea anche la Casa Bianca, con cui c'è assoluta intesa, ribadita nei colloqui con Obama di Mattarella e Renzi, convinto che per combattere l'Isis “occorra una strategia”», che per ora non c'è, in quanto ciò comporterebbe il rischio di “attacchi dall'alto” durante il Giubileo, benché il Presidente americano sia “particolarmente preoccupato” dalla presenza del Califfato in Libia e dalla sua capacità di attrarre, come già succede in Iraq e Siria, sempre più terroristi. Per cui aspetta la cooperazione dei partner europei, Italia compresa.

Favorevole ad un intervento militare, invece, il Presidente francese, Hollande. Ed anche l’ex Capo di Stato italiano, Napolitano, e la Pinotti la quale, contro l’opinione dei suoi colleghi di Governo, ribadisce la necessità di partecipare “ai raid contro le postazioni dell'Isis”, riferendosi all’Irak (dove sono stati uccisi 18.000 civili e rese schiave 3.500 donne con i loro figli) e alla Libia, onde “fermare l'avanzata di uno Stato Islamico distante solo 400 Km. dalle nostre coste, e per bloccare i giochi di una coalizione islamica, ben felice di finanziarsi con il traffico di uomini verso l'Italia”.

Se da una parte non è lecito essere indifferenti di fronte a ciò che sta avvenendo, dall’altra occorre evitare di ripetere gli errori già commessi per esempio in Somalia, in Iraq e, come già sopra ricordato, in Libia. Sarebbe un grave errore intervenire militarmente nel caos libico in quanto sortirebbe l’effetto devastante di coagulare sotto il vessillo jihadista le diverse forze eversive esistenti sul campo. Insomma, sarebbe per loro l’ennesima guerra santa contro l’invasore. Il buon senso piuttosto suggerisce di coinvolgere maggiormente nella soluzione le potenze regionali, quali Egitto e Algeria, senza dimenticare che alla fine dovranno essere le varie fazioni libiche a decidere il futuro del proprio Paese.

Egidio Todeschini

 

 10.3.2016