Il no della Consulta ai referendum elettorali

Ora spetta al Parlamento optare per la formula migliore e permettere ai cittadini di scegliere i parlamentari

 

Forse era prevedibile che la Corte Costituzionale bocciasse i referendum sul cosiddetto “Porcellum”, come lo definì lo stesso ideatore, l'ex ministro Roberto Calderoli, legge elettorale del 2005 che non era piaciuta per la reintroduzione del proporzionale, abolito con il cosiddetto “Mattarellum”. Si trattava di dire sì o no a tre “quesiti”: uno mirante a farla abrogare, gli altri per eliminare le liste bloccate e per far attribuire il premio di maggioranza non alla coalizione ma alla lista (cioè al partito) che otteneva il maggior numero di seggi, nonché sopprimere le candidature multiple, cioè la possibilità di candidarsi in più circoscrizioni (anche tutte!), salvo poi, dopo aver optato per uno dei vari seggi ottenuti, permettere ai primi “non eletti” della propria lista di subentrare al suo posto (attualmente circa un terzo dei parlamentari sono diventati onorevoli per grazia ricevuta). In effetti, la legge è tutt’altro che valida e razionale e non garantisce più di tanto la stabilità governativa. Infatti, il Governo Prodi, che vinse nel 2006, sia pure con una maggioranza oltre modo risicata al Senato, è durato ben poco, a causa dei vicendevoli ricatti ad opera dei partiti che lo formavano. Non molto diversa la situazione in quello di Berlusconi, ove si è registrata la scissione dei seguaci di Fini. E’ opportuno, quindi, cambiarla, anche se, malgrado le sue incongruenze, essa consente l’elezione diretta del primo Ministro scelto dagli elettori anziché tramite giochi parlamentari post-elettorali.

Inevitabile, però, il “no” della Consulta al primo quesito: annullare il “Porcellum” avrebbe comportato l’eliminazione di una legge “costituzionalmente necessaria”, quindi creato un vuoto legislativo intollerabile in una materia delicata come quella elettorale. Più discutibili le decisioni sugli altri quesiti che peccavano, secondo i costituzionalisti, di “contraddittorietà ed assenza di chiarezza”. Motivazioni che hanno suscitato le critiche dei promotori dei referendum, in particolare di Antonio Di Pietro, secondo il quale tale decisione “non ha nulla di giuridico né di costituzionale, ma è politica e di piacere al Capo dello Stato e alle forze politiche di una maggioranza trasversale e inciucista”. Più cauto, forse perché non sorpreso dalla delibera dei 15 giudici, l’ex ministro Arturo Parisi che ha promesso di continuare “la battaglia per interpretare il milione e duecentomila firme raccolte”. Impegno che trova concorde il senatore dell’Idv, Felice Belisario, il quale, come il Presidente del Senato, Renato Schifani, ritiene che “gli Italiani devono riappropriarsi del diritto di scegliere i propri rappresentanti e la coalizione di Governo”. Opinione condivisa dal Capo dello Stato che, dopo un incontro al Quirinale con i presidenti delle due Camere, ha emanato una nota in cui afferma che spetta ai partiti e al Parlamento il compito di emanare una nuova legge elettorale, tenendo conto delle esigenze dei cittadini che, non a caso, avevano firmato a favore dei referendum.

Per ora, l’unica proposta parlamentare è stata avanzata dal Pd che ipotizza l’assegnazione del 70% dei seggi della Camera mediante sistema maggioritario con doppio turno alla francese, del 28% con metodo proporzionale e di un 2% attribuito alle liste nazionali di partiti che non siano riusciti ad eleggere candidati né nei collegi uninominali né nelle liste circoscrizionali collegate. Gli altri soggetti politici, al momento, hanno espresso pareri solo oralmente. Dai quali risulta che il Terzo Polo, capofila l’Udc, sponsorizza il modello tedesco (proporzionale con soglia di sbarramento al 5% e collegi uninominali), mentre il Pdl pensa di trovare con la Lega l’intesa per sostenere il sistema spagnolo (proporzionale su base regionale). L’Italia dei Valori, invece, punta di nuovo sul Mattarellum. La Lega è spaccata tra chi, come Umberto Bossi, vuole mantenere in vigore il Porcellum e chi, come Roberto Maroni, pensa che sia meglio cambiarlo. A dimostrazione che, come al solito, c’è molto disaccordo sul modello da scegliere. Puntano tutti su un sistema straniero impostato però sulla situazione italiana che si differenzia dagli altri Paesi europei per la marea, sempre crescente, di partiti, movimenti, sigle, correnti, leghe e schede civiche. Il che ovviamente non facilita le decisioni e soprattutto, non garantisce stabilità governativa.

Che infatti è mancata con il “Mattarellum” che permetteva coalizioni eterogenee e rissose, con grave danno per la governabilità, per il semplice fatto che i partiti estremisti, inclusi dalla logica maggioritaria ed esclusi da quella proporzionale, tendono sempre a prevalere ed a rovesciare il tavolo. Con il proporzionale, però, c’è il rischio che i partiti moderati non possano disporre di una maggioranza di seggi, a meno di fare alleanze che però spesso portano ad avere Governi relativamente deboli e caduchi. Come successo nella Quarta Repubblica francese (1946-1958) ed in Italia fino al 1993. Decenni durante i quali la cosiddetta Prima Repubblica ha sì salvato la Penisola da un regime comunista vecchia maniera, ma ha vissuto una certa precarietà e dato origine a Governi instabili, a Legislature non concluse, ad una proliferazione di sigle partitiche, a continue lotte intestine. Sarebbe opportuno che i parlamentari riflettessero su ciò, quando metteranno mano alla riforma elettorale. E’ opportuno sopprimere o modificare il Porcellum, ma occorre soprattutto dare all’Italia una nuova legge che sia utile al Paese, non solo ai partiti. Ma forse è sperare troppo.

Egidio Todeschini
15.1.2012