Scuola: l’Italia tra gli ultimi in Europa

Scioccante la carenza culturale. Necessario migliorare il grado d’istruzione degli alunni e la preparazione dei professori

 

 

Che nel nostro Continente ci sia ancora tanta ignoranza, linguistica e culturale, è palese. Non occorre essere professori per notare la scarsa istruzione di molte persone e l’insufficiente conoscenza delle lingue. Compresa la materna. Basta leggere i giornali, dove abbondano gli errori di punteggiatura e di ortografia, o guardare alcuni programmi televisivi per rendersi conto di quanto manchino di cultura storica, geografica, letteraria, matematica e linguistica perfino i laureati o gli studenti liceali. Una carenza conoscitiva che non può non sorprendere e scandalizzare, dato che in tutti gli Stati Europei esiste, per legge, la cosiddetta scuola dell’obbligo fino a 15 o 16 anni; e tanto diffusa da spingere a chiedersi se ciò dipenda dai programmi scolastici, dalla scarsa preparazione degli insegnanti o dall’inattitudine degli allievi. Fattori ai quali si aggiunge, a dispetto delle disposizioni legislative, l’abbandono degli studi prima del previsto. Come, a stare alle statistiche, sembra esistere nella nostra Penisola ove la situazione è tra le peggiori, anche perché il problema “scuola” è stato tenuto ai margini di ogni discussione politica, malgrado il continuo degrado di molti edifici.

Sta di fatto che, nella graduatoria dei 27 Paesi UE, l’Italia si colloca nella quart’ultima posizione per dispersione scolastica, in quanto il 17,6% dei giovani tra i 18 e i 24 anni ha solo, ma non sempre, la licenza media, soprattutto nel Sud e nelle isole (25,8% in Sardegna, 25% in Sicilia, 21,8% in Campania), facendo registrare così valori più elevati rispetto a Francia (11,6%) Germania (10,5%), Danimarca (9,1%) e Regno Unito (13,5%). Un abbandono scolastico ora in aumento a causa della crisi economica, cui si aggiungono, spesso, il frequente bullismo nei confronti dei compagni, nonché la presenza, nelle classi, di molti stranieri, frequentemente non italofoni, con conseguente rallentamento dell’insegnamento. Il che spinge i genitori a ritirare i figli, pensando di iscriverli in altre scuole, magari private, o, peggio, di farli istruire a casa. In effetti, nelle scuole elementari e medie d’Italia, terra di forte immigrazione, nell'anno scolastico in corso, risultano presenti 786mila forestieri, il 10% del totale degli alunni, contro la media del 6,7% registrata nei diversi Stati dell’UE. Ne consegue, soprattutto nel Sud, una povertà educativa cui occorrerebbe porre rimedio. Al più presto. Come sta tentando di fare, dall’ottobre del 2013, il Progetto Lapis per aiutare i ragazzi ripetenti della prima media e, quindi, a rischio abbandono, onde dare loro un’istruzione su Italiano, matematica, tecnologia, inglese, informatica e manifattura. Peccato che il programma integrativo non preveda storia, geografia e letteratura.

Materie che dovrebbero far parte della cultura nostra e dell’Europa. Ove la frequenza scolastica è sì maggiore, ma non la preparazione linguistica e letteraria. A dispetto del Trattato di Maastricht del 1992 che dedica gli articoli 149 e 150 all’istruzione nei Paesi dell’Unione che devono “contribuire allo sviluppo di un'istruzione di qualità, incentivando la cooperazione fra gli Stati membri e, se necessario, sostenendo e integrando la loro azione, in particolare per sviluppare la dimensione europea dell'istruzione, favorire la mobilità e promuovere la cooperazione europea fra gli istituti scolastici e universitari”. Onde “ridurre la percentuale di abbandoni scolastici almeno del 10%; aumentare almeno del 15% il totale dei laureati in matematica, scienze e tecnologie … arrivare almeno all’85% di ventiduenni che abbiano completato il ciclo di istruzione secondaria superiore; ridurre almeno del 20% la percentuale dei quindicenni con scarse capacità di lettura; innalzare almeno al 12,5% la partecipazione degli adulti tra i 25 e i 64 anni, all’apprendimento permanente”, come successivamente sancito dalla Commissione Europea. Ottime regole, ma insufficienti, visto che non prevedono un incremento delle lauree in lettere e lingue, le più utili per preparare adeguatamente il corpo insegnante. Il quale deve avere anche una maggiore apertura al dialogo con gli studenti, soprattutto con i più svantaggiati economicamente e culturalmente, con quanti non credono che la scuola sia un diritto; vivono situazioni famigliari drammatiche; o, in classe, non hanno sufficiente attenzione. Onde insegnare loro a gestire ed esprimere i propri sentimenti, a rispettare le leggi ed i principi etici. Soprattutto convincerli a non abbandonare la scuola, non fosse altro perché ogni allievo che non completa il suo percorso scolastico rappresenta un debito per il futuro e per la collettività. Anche se sa usare i computer e fare ricerche su internet. Abilità insufficienti a trasmettere le tradizioni nazionali ed europee, sviluppare le competenze e formare la coscienza dei futuri cittadini. Da qui la necessità di mantenere la scuola dell’obbligo, ma soprattutto di convincere genitori e figli che esiste anche “l’obbligo della scuola”. Perché senza una buona cultura non ci sarà più pensiero critico; si perderanno le rilevanze delle tradizioni. E, forse, verrà meno pure la democrazia.

Egidio Todeschini

21.5.2014