Tante incognite pesano sul Governo

La coalizione di Bersani non ha la maggioranza al Senato. Una carenza che non aiuta a dar vita ad un Esecutivo stabile né a risolvere i problemi d’Italia

 

Per nulla positivo il risultato elettorale che, tra l’altro, suscita preoccupazioni in Europa. Il vincente centrosinistra non ha al Senato la maggioranza necessaria per una stabilità governativa. Il che, tra l’altro, rende ancor più problematiche le elezioni dei due presidenti delle Camere e del Capo di Stato, ma soprattutto obbliga l’eventuale futuro Premier a trovare nuovi alleati. Impresa non facile ed ancora irrisolta, benché, entro il 20-21 marzo, secondo le norme costituzionali vigenti, a Parlamento insediato, il Presidente della Repubblica dovrebbe iniziare le consultazioni di rito ed affidare l’incarico di formare il Governo. Che, per entrare in funzione, dopo il giuramento nelle mani di Napolitano, necessita del voto di fiducia in Parlamento, per affrontare i non pochi problemi che gravano sulla Penisola, a cominciare dalla crisi economica. Ma anche per effettuare la necessaria modifica della legge elettorale, riformare il sistema giudiziario, ridurre i privilegi economici dei politici, nonché la dominante corruzione. Al che si aggiunge l’aggiornamento della Costituzione al fine di dimezzare il numero dei parlamentari, abolire il bicameralismo perfetto, dare maggiori poteri al Capo del Governo e, come qualcuno auspica, introdurre l’elezione popolare del responsabile del Quirinale. Migliorie legislative, spesso promesse e mai operate, ed ora non facili da apportare data l’insufficiente maggioranza in Senato.

Si deve a tali inadempienze quel sentimento di antipolitica che ha fatto registrare una notevole astensione dal voto, benché minore del previsto (25% circa) e la preferenza per il Movimento 5 Stelle, ritenuto l’unico partito a non aver maneggiato fondi pubblici e, soprattutto, a promettere di regalare parte dello “stipendio” dei parlamentari a favore delle imprese. Come, in effetti, ha fatto in Sicilia. Ove, tra l’altro e grazie all’assenso dei grillini, il Governatore regionale del Pd, Crocetta, sta tentando di abolire le Province. Malgrado ciò, un accordo tra Bersani e i parlamentari di Grillo è tuttora inesistente. E forse non auspicabile, dato che il comico tende ad abolire i partiti, come avvenne nell’Unione sovietica, e ad abrogare l’articolo 67 della Costituzione che riconosce ai parlamentari l’esercizio delle funzioni “senza vincolo di mandato », non a caso esistente in tutte le democrazie ma eliminato nell’URSS. Il che non gli ha impedito di far eleggere centinaia di persone sconosciute e, a detta di qualcuno, forse anche impreparate al compito che le aspetta. Causando, comunque, quell’atteso ricambio degli onorevoli che, secondo un editorialista del Corriere della Sera, potrebbe rappresentare “una spinta al rinnovamento”. C’è da augurarselo.

Tuttavia, a far nascere dubbi in merito, c’e la scarsa coesione dei membri del centrosinistra su alcune proposte governative. In particolare, su come ridurre il debito pubblico che ora tocca i 2 miliardi di euro; su come diminuire gli oneri fiscali che hanno comportato l’impoverimento delle classi meno abbienti e l’aumento impressionante dei suicidi, anche d’impresari costretti a chiudere le loro aziende, con susseguente crescita della disoccupazione (507 mila unità), specialmente giovanile e femminile. Dissensi che rendono verosimile la prospettiva di una legislatura corta, cortissima, come auspicato anche da alcuni parlamentari del Pd.

Sta di fatto che le trattative in corso per l’instaurazione di un Governo stabile finora non hanno avuto successo ed hanno suscitato attacchi e commenti critici tra i diversi leader, nonché prese di posizione che non fanno sperare in una rapida soluzione del problema. A seguire le cronache in merito, si appurano contraddizioni, smentite ed offese reciproche. Tanto che si parla di nuove elezioni, dopo aver cambiato il Porcellum ed eletto il nuovo Capo dello Stato un mese prima della scadenza del mandato (15 maggio), come previsto dall’art. 85 della Costituzione. Che proibisce al Presidente della Repubblica di sciogliere le Camere nell’ultimo suo semestre al Quirinale.

Ma ritornare al voto comporterebbe un aggravio del debito pubblico dato il costo, non indifferente - 300 milioni di euro - delle elezioni, dovuto alla stampa delle schede, all’allestimento dei 61.597 seggi, ai quali si aggiungono i 1.620 speciali negli ospedali e nelle carceri; alla preparazione delle urne, alla retribuzione degli addetti: 187 euro riconosciuti ai Presidenti dei seggi (224 euro nel Lazio, Lombardia e Molise dove si è votato anche per le Regionali.); 145 (170 nelle suddette 3 Regioni) agli scrutatori e ai segretari. Secondo i calcoli del Ministero dell'Interno, ogni sezione costa quindi 6.315 euro. Oltre agli straordinari pagati alle Forze dell'Ordine, agli sconti per gli elettori che devono rientrare nelle proprie città di residenza per votare ed al contributo per le spese elettorali ai diversi partiti.

Secondo Sgarbi, ritornare al voto con una rinnovata legge elettorale permetterebbe la nomina di un Governo forte con una stabile maggioranza; per il bene del Paese, però, occorrerebbe rispondere prima alla legittima richiesta popolare di riforme che consentano il superamento della crisi e le migliorie del sistema politico. Altrimenti si rischia di aggravare il debito nazionale, senza aver la certezza di una maggior partecipazione alle urne. Resta il fatto che, essendo esclusa, per ora, l’ipotesi di un Governo Pd-Pdl, rifiutato da Bersani, se non va in porto il tentativo del centrosinistra di convincere il M5S ad appoggiarlo, rimane quella, ipotizzata da Napolitano, di un Esecutivo affidato ad un non eletto, per esempio l’attuale Presidente della Banca d’Italia, Ignazio Visco, o al vigente Ministro degli Interni, Anna Maria Cancellieri, ai quali spetterebbe il compito di effettuare le innovazioni necessarie per modernizzare il Paese, rimettere in moto l’economia e ridare fiducia agli Italiani. Ammesso che ci riescano.

8.3.2013, Egidio Todeschini