Il Papa dei poveri conquista l’America

Nove giorni a Cuba e negli Stati Uniti. Un lungo viaggio con tanti

 applausi ma anche qualche critiche da chi lo considera filocomunista

 

 

Chi ha seguito, sui giornali o alla televisione, i discorsi del Pontefice, fatti a Cuba ed in America, sa che è stato apprezzato dalle popolazioni e dai politici locali, fino a spingere il quotidiano della Grande Mela a cambiare la testata che, da New York Post, diventa New York Pope. Innegabile l’apprezzamento totale ai suoi ragionamenti, azioni e suggerimenti che, tuttavia non sorprendono, in quanto tipici del pensiero e comportamenti di un Papa, “servo dei servi di Dio”. Qualcuno ha rilevato, “l’assenza di un sia pure velato invito ai fratelli Castro a metter fine alla dittatura e consentire l'avvio di una democrazia nella libertà”. O si è domandato, come apparso a settembre sulla copertina di News Week, se “Papa Francesco è cattolico?”, dovuta alla convinzione che il suo insistere sui poveri fosse dovuto più a sentimenti filocomunisti che all’insegnamento di Gesù.

Papa Francesco è andato a Cuba per motivi umanitari: incontrare il popolo cubano e la comunità cristiana. Certo, non ha criticato il sistema comunista né invitato ad introdurre, nel Paese, una democrazia fondata sulla libertà di opinione. Ha puntato, invece, sull’importanza della famiglia e sulla Dottrina sociale della Chiesa che, durante la dittatura di Fidel Castro, ha sofferto molto. Papa Bergoglio ha spinto ad un dialogo più pastorale che politico con i Castro e, soprattutto, ha invitato ad entrare in contatto con i Cristiani e con i giovani, atei o credenti in religioni diverse, ai quali ha rivolto “un discorso di speranza, anche di incoraggiamento al dialogo tra loro, di andare insieme, cercare quelle cose che ci accomunano e non quelle che ci dividono”. Un viaggio, il suo, dettato da quell’amore per il prossimo che, dopo la conferenza all’ONU, lo ha stimolato ad incontrare, a Madison Square Garden, le famiglie con bambini malati.    

Negli Stati Uniti, dopo un incontro con il Presidente Obama e sua moglie, ha partecipato, a Washington, ad una riunione del Congresso Usa. I Parlamentari, per la prima volta in presenza di un Pontefice, si aspettavano un discorso di religione. Ma si sono sbagliati, perché il Papa ha puntato sulla politica. Ha invitato ad abolire la pena di morte “in nome della sacralità della vita umana”, poi ha nominato Martin Luther King, grande protagonista della nonviolenza, per consigliare di abolire la vendita delle armi che possono spingere ad uccidere (da gennaio ci sono stati ben 294 episodi con 380 morti); ha ricordato Lincoln, il sedicesimo Presidente degli Stati Uniti che, per amore della libertà, pose fine alla schiavitù con la Proclamazione dell'Emancipazione (1863), poi ratificata nella Costituzione dell’Usa che, nel 1865, l’abolì in tutti gli Stati. Ha citato, a favore della non rassegnazione, Dorothy Day, l’iniziatrice del Movimento dei Lavoratori Cattolici per organizzare la difesa del lavoro; ha ricordato Thomas Merton, esponente del mondo della cultura e del monachesimo. Infine ha condannato il no americano all’immigrazione, affermando, tra lo stupore e l’ammirazione dei presenti, “Io sono un emigrante. Sono nato da italiani sbarcati in Sudamerica. Voi tutti, in quest’aula, siete emigranti, anche se di diverse generazioni. Come possiamo decidere chi non entra, chi lasciamo morire?”.

Il Papa, a New York, si è recato nella sede dell’Onu, dove è stata esposta la bandiera della Santa Sede. Quinto Pontefice a visitare il Palazzo di Vetro, ha affrontato molti temi a favore della libertà personale ed invitato a dar vita ad una politica che contrasti l’iniquità tecnologia, il narcotraffico, l’energia nucleare che crea problemi ambientali e di pubblica sicurezza, ha condannato la corruzione, la ferocia dei Musulmani dell’Isis contro i Cristiani e gli Ebrei. Non poteva mancare, nel suo discorso, la richiesta ad ascoltare il grido dei Paesi poveri ai quali devono essere garantiti “casa, lavoro e terra… il diritto all'istruzione e quello primario della famiglia ad educare”. Neppure l’esortazione ad evitare le guerre in quanto sono “la negazione di tutti i diritti”. Finito l’intervento, si è spostato al Madison Square Garden, tempio dello sport e dello spettacolo, per celebrare la Santa Messa. Prima di andare a Philadelphia, al Meeting delle famiglie, ha incontrato, ad Harlem, i ragazzi di una scuola elementare e media.

Nel suo viaggio, il Papa ha seminato speranza e invitato all’impegno per i più deboli, al fine di spingere chi governa il mondo a “difendere i non nati, confortare gli afflitti, accogliere gli stranieri”, quindi a “promuovere la cultura dell'incontro, del dialogo basato sul rispetto dell'altro, sapendo imparare l'uno dall'altro”. Atteggiamenti, questi, che servono a rendere migliore il mondo, e a far giudicare le persone, politici compresi, per quello che fanno, non per ciò che dicono.

Intanto l’appello del Papa contro la pena di morte negli Usa sembra iniziare a dare i suoi frutti. Alcune condanne sono state sospese o rinviate. C’è da sperare in bene.

Egidio Todeschini

 

1.10.2015