Un nome che già illumina la strada

Richiama il Poverello di Assisi ma anche Francesco Saverio che partì missionario per evangelizzare la Cina. Lasciamoci sorprendere

 

Sono bastate cinque riunioni del Conclave per eleggere, con i prescritti 77 voti dei 115 Cardinali, il successore di Pietro. Tutte le elezioni dei Papi negli ultimi cento anni sono state caratterizzate da brevità e rapidità. Il più lungo, nonché il più travagliato del Novecento, fu il Conclave che elesse Pio XI, il cardinale Achille Ratti, arcivescovo di Milano, il 6 febbraio del 1922, l’anno della Marcia su Roma, con 14 scrutini in cinque giorni. Ai vari Conclavi dobbiamo la nomina dei 266 Pontefici che hanno lasciato il loro segno, positivo o negativo, nei 2.000 anni di storia cristiana. L’investitura, annunciata alla città di Roma ed al mondo (urbi et orbi), tramite la fumata bianca, avviene su ispirazione dello Spirito Santo. Suggerimento divino che, nei secoli del potere temporale della Chiesa, fu spesso ignorato dai Porporati che sceglievano il Pontefice in base a convenienze politiche ed economiche, anche se il prescelto non rispondeva ai canoni ecclesiali della castità (per esempio, Alessandro VI) o era colpevole di simonia (compravendita di cariche ecclesiastiche, Bonifacio VIII). Per fortuna questo succedeva secoli or sono. Il 13 marzo scorso i cardinali hanno scelto Jorge Mario Bergoglio, primo Papa argentino e gesuita, un vescovo semplice, molto attento ai poveri ed anche uomo di cultura nonché grande evangelizzatore. Che subito ha dimostrato il suo temperamento umile e caritatevole scegliendo, per la prima volta nella storia papale, il nome di Francesco, rifacendosi al Poverello di Assisi, il santo che rinnegò una vita dissoluta e spendacciona per dedicarsi alla Parola del Signore e rinnovare la Chiesa di allora, attraversata da tanti scandali.

Di San Francesco il neo Papa ha seguito e segue il modello di vita: a Buenos Aires viveva in un modesto appartamento, girava in tonaca ed usava il bus o la metropolitana; a Roma, dopo l'elezione, riceve l'omaggio dei Cardinali in piedi, non sul trono; mette al collo una Croce di ferro e rifiuta la mozzetta rossa foderata di ermellino. Affacciatosi davanti al pubblico, insiste sul titolo di Vescovo di Roma, non di Papa, e chiede di pregare per lui. Poi sale sul pulmino con i Cardinali e paga il conto della stanza dov'era ospitato, esprimendo così un monito a cardinali, politici e all’umanità intera. Anche a quella argentina, alla quale, quando, nel febbraio 2001 ricevette la porpora cardinalizia, ordinò di restare a casa e distribuire ai poveri i soldi raccolti per essere presenti alla cerimonia romana. Ingiunzione che ha ripetuto ora.

C’è, però, un altro Francesco, nella storia della Chiesa, al quale il neo Pontefice può aver pensato: quel Francesco Saverio che, seguace di Ignazio di Lojola (fondatore della Compagnia di Gesù spesso accusata di trame segrete con i poteri mondani) partì alla volta della Cina (ove non riuscì mai a sbarcare: morì di una febbre maligna mentre ancora attendeva il permesso) con l'intento di convertirne la popolazione. Dato che in Argentina i primi evangelizzatori furono Gesuiti ai quali, quando furono espulsi dal Paese, subentrarono i Francescani, non è improbabile che il neo Pontefice abbia voluto riferirsi a tutti e due. In effetti, entrambi erano convinti che la Chiesa non deve puntare al potere ma seguire la via della Croce di Cristo; ed essere simbolo di una fede che si sposa all'obbedienza e alla fiducia più totale in Colui che opera il bene in questo mondo.

Un’umiltà, la sua, dimostrata anche durante il Conclave del 2005: non desiderando essere eletto, forse anche perché la Regola dei Gesuiti proibiva di accettare cariche e onori, scongiurò i suoi sostenitori a non votarlo. Ci riuscì allora ma non oggi. Contro ogni previsione, compresa la sua: infatti, quando qualcuno gli chiese se pensava di essere chiamato al ruolo di Papa, rispose: “No, sono troppo anziano (ha 76 anni. NdR), sono fuori dai giochi!” Ciò spiega la sua commozione e la richiesta, ai presenti in Piazza San Pietro, di pregare per lui. Ma pure il non rifiuto del nuovo incarico, anche se ciò gli comporterà lasciare i luoghi più cari e i poveri di Buenos Aires, per vivere tra le mura della città leonina, sperando che la sua elezione inciderà sull’evangelizzazione degli Argentini, non tutti Cattolici e, a quanto sembra, poco praticanti, come del resto negli altri Stati occidentali. Una sfida, la sua, per combattere la corruzione, gli intrighi, l'ostentazione, l'egoismo, il capitalismo esasperato, quella “mondanità del demonio… che mette al centro se stessi (parole sue); per sollecitare tutti a dare “amore, fratellanza, fiducia”; per denunciare un mondo in cui non c'è rispetto per il prossimo e non c'è fiducia nel domani. E per contrastare l’aborto e l’unione matrimoniale tra persone dello stesso sesso.

Ma anche per rinforzare la Chiesa in crisi di fede e di vocazionie ridarle credibilità e prestigio sociale. Non a caso, nel 2000, fece indossare agli ecclesiastici argentini le vesti della pubblica penitenza, rilevando, tempo dopo, “il coraggio di Benedetto XVI di spazzare la sporcizia” che vi regna, a causa dei tanti scandali degli ultimi tempi. Compiti difficili assunti con coraggio, grazie anche alla profonda fede che nutre. C’è da  vincere l’ateismo imperante nell’Occidente; da coordinare di più i diversi dicasteri, rinnovare il Vaticano, ridurne le spese, archiviarne i contrasti. Nonché fare chiarezza sulle vicende dello Jor e continuare il percorso di Papa Ratzinger contro i preti pedofili. Che Dio lo aiuti.

Egidio Todeschini

16.3.2013