Giovanni XXIII: un papa per tutte le stagioni

 

E’ l’uomo dell’incontro e del dialogo con tutte le culture dovunque ha operato: Bulgaria, Turchia, Grecia, Francia. Cerca ciò che unisce. Le migrazioni contribuiscono a migliorare la qualità della vita e ad avvicinare i popoli

 

 

 

Nell’aria c’era il sapore dell’estate, ma il giorno era triste. Quel 3 giugno 1963 una luce si spegneva: il “papa buono” muore. Nel suo breve ma intenso pontificato, durato poco più di cinque anni, Papa Giovanni era riuscito a farsi amare dal mondo intero, che adesso ne piangeva la perdita.

“Vocabor Joannes”, mi chiamerò Giovanni, esordì appena eletto. Un nome che era già tutto un programma. E non si smentì. Nel 1959, un anno soltanto dopo la sua elezione, “tremando un poco di commozione, ma insieme con umile risolutezza di proposito”, come disse ai cardinali riuniti, annunciò il Concilio Ecumenico Vaticano II. Un evento epocale, destinato a cambiare il volto della Chiesa. A segnare un netto spartiacque nella storia della cristianità.

Attento ai segni dei tempi, Papa Giovanni promosse l’ecumenismo e la pace. Uomo del dialogo e della viva carità, fece sentire a tutti gli uomini, anche ai non cattolici e ai lontani, l’amicizia di Dio. E avvicinò la Chiesa agli uomini.

In tutti i suoi viaggi e in tutti i luoghi dove ha operato mons. Angelo Roncalli, ancor prima di diventare papa Giovanni XXIII, mai si è sentito straniero e mai ha tentato di camuffarsi imitando l’altro. «è cristiano, senza arroganza né freddezza, con i monaci greci polemici con i cattolici; con gli ebrei incontrati spesso in tempi di difficoltà; con i laici francesi; con i musulmani; con i diplomatici sovietici o turchi. Senza camuffamenti: cristiano, bergamasco, italiano. La sua è un’identità matura e, per questo, aperta all’altro. Roncalli è uomo dell’incontro che, nel dialogo, è se stesso, con la sua storia e le sue radici. Questa identità non è chiusura, ma la base per l’apertura concreta agli altri» dice lo storico Andrea Riccardi in un convegno tenutosi lo scorso anno con la Fondazione Giovanni XXIII. Insomma la sua identità è forte: cristiano, cattolico romano, italiano, bergamasco. E la porta in Bulgaria, in Turchia, Grecia, Francia, in ogni luogo che visita. Ma questa non è indice di un nazionalismo, anzi era proprio lo stesso Papa Giovanni XXIII a condannarlo.

La sua storia umana e presbiterale è invece tesa all’incontro con culture differenti. Lo guida uno spirito curioso e rispettoso dell’altro e fa del viaggio un prezioso strumento di lavoro. Ma più che cercare le differenze, le diversità che possono sì incuriosire e divertire, Papa Giovanni cerca ciò che unisce diverse popolazioni, diversi modi di pensare. Cerca insomma un terreno comune di appartenenza, perché come lui stesso scrive «il Salvatore Gesù che morì per tutte le nazioni, senza distinzione di razza e di sangue, divenuto primo dei fratelli della nuova famiglia umana, costituita

sopra di lui e sopra il suo Vangelo».

La vita di Papa Giovanni è una progressiva apertura allo straniero. Incontra gli immigrati, soprattutto gli italiani all’estero, in Francia, in Bulgaria e perfino in Turchia, e nota come molti di essi si allontanano dalla fede una volta in emigrazione. «L’universalità roncalliana non è rinnegamento delle proprie radici, ma allargamento dei propri legami con il mondo attraverso l’incontro con gli altri – afferma sempre Riccardi -. Roncalli non è un emigrato, ma un espatriato al servizio della Santa Sede e della Chiesa, che percorre le strade del mondo. Lungo queste vie del mondo, Roncalli ha incontrato tanti suoi conterranei, bergamaschi, o concittadini italiani, che hanno lasciato la loro patria in cerca di lavoro».

Papa Giovanni si fa prossimo agli emigranti, forse anche perché nella sua stessa famiglia ci fu l’idea di emigrare. Conosce le difficoltà e le sofferenze, auspica un processo di integrazione, quando ancora questo termine non veniva utilizzato. «Lemigrante specialmente nel primo trapasso, si può dire un espropriato – sostiene Papa Giovanni –: degli affetti familiari, come della parrocchia nativa, del proprio paese e della lingua. Egli è di fronte a difficoltà di lavoro e di alloggio, di adattamento a condizioni di vita estranee». Però non è mai pessimista. Anzi, afferma in più occasioni che le migrazioni contribuiscono a migliorare la qualità della vita e ad avvicinare i popoli del mondo. Del resto, nel secondo dopoguerra, le migrazioni potevano affratellare popoli che fino a qualche anno prima si erano combattuti.

La questione viene poi ripresa nella sua enciclica Pacem in terris, nella quale sostiene che le migrazioni (e il trattamento delle minoranze e dei profughi politici) siano legati al tema della pace. Una visione, non solo quella della Pacem in terris, ma di tutto il fenomeno migratorio che caratterizzerà anche i papati successivi.

 

La Chiesa stabilisce la data del culto al 3 giugno, mentre la diocesi di Bergamo, dove nacque a Sotto il Monte il 25 novembre 1881, celebra la memoria del Beato Giovanni XXIII l’11 ottobre, anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II avvenuta nel 1962.
29.5.2015