Il denaro non unge ma il petrolio sì

Mozione di sfiducia al Governo. Nella bufera giudiziaria coinvolte anche due ministre. Il referendum sulle trivelle: le ragioni pro e contro

 

 

Purtroppo i politici italiani non si smentiscono mai: o si fanno pagare da chi vuole ottenere benefici o, approfittando della loro posizione burocratica e governativa, aiutano amici e parenti. Come ha fatto la titolare del Ministero dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, che ha comunicato, tramite una telefonata intercettata, al proprio compagno, Gianluca Gemelli, che la ministro per i Rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi, avrebbe reinserito nella legge di Stabilità un emendamento diretto a snellire l’iter per il via libera alle attività estrattive di gas e petrolio. Ciò avrebbe facilitato la realizzazione del Progetto “Tempa Rossa” e, di conseguenza, favorito l’imprenditore Gemelli, titolare di due società, la Its e la Ponterosso Engineering che si occupano di oleodotti e di gas.  

Il giacimento Tempa Rossa, ricco di idrocarburi, è situato in Basilicata, tra il parco di Gallipoli Cognato (Basilicata) e quello del Pollino. Si trova quindi in una Regione ad alto valore turistico per la bellezza dei paesaggi e per un importante patrimonio archeologico. E’ però minacciato da una sismicità non trascurabile e da una rete idrogeologica complessa. Il che rende necessario applicare tecniche adatte all’estrazione di gas e petrolio, in totale rispetto dell'ambiente e della natura. Da qui la possibilità del Governo di consentire o impedire il prelievo dei combustibili, eventualmente anche contro il parere degli Enti locali. Come avverrebbe con il reinserimento dell’emendamento e con l’approvazione parlamentare.

Saputo ciò, Gemelli telefona al dirigente della Compagnia petrolifera Total, Giuseppe Cobianchi, per dargli la bella notizia, ma la chiacchierata è intercettata. Ne consegue l’intervento della Magistratura di Potenza che inserisce nel registro degli indagati il Capo della Marina, ammiraglio Giuseppe De Giorgi, Valter Pastena, dirigente della Ragioneria dello Stato e Gemelli. I giudici convocano anche le due Ministre, Boschi e Guidi, in quanto persone informate dei fatti. La responsabile del Ministero dello Sviluppo Economico, dopo le proteste delle opposizioni, si dimette, pur essendo certa, come ha scritto a Renzi, “della mia buona fede e della correttezza del mio operato”. Ne consegue una bufera giudiziaria sul Governo che spinge il Movimento 5 Stelle e parte dell’opposizione a presentare una mozione di sfiducia che sarà votata il 19 aprile, due giorni dopo il referendum sulle trivelle, voluto da 9 Governatori regionali, in buona parte iscritti al PD ed oppositori della politica energetica del Premier.

Tocca ora agli elettori decidere se è il caso di abolire le trivelle che estraggono gas e petrolio dagli strati profondi della terra o se è preferibile mantenerle. Se prevale il “si” e si raggiunge il quorum del 50% di voti più 1, le piattaforme piazzate attualmente in mare a meno di 12 miglia dalla costa dovranno essere smantellate. In caso contrario, rimangono ove sono. Se prevale l’astensione, quindi la non validità del responso referendario, toccherà al Governo decidere in merito.   

A motivare la decisione di effettuare il referendum è stato un documento, pubblicato di recente da Greenpeace, da cui risulterebbe che le trivelle in mare sono pericolose per la salute umana e per la fauna ittica, a causa delle sostanze chimiche trovate in quantità superiori ai limiti di legge. Dati raccolti fra il 2012 e il 2014 dall’Ispra, su commissione dell’Eni, mediante controlli effettuati ad un miglio dalla costa. Però le piattaforme sono più lontane. Ed è la stessa Ispra a riferire, nella sua relazione, che non ci sono criticità per l’ecosistema marino prodotte dalle trivelle. Certo, a volte avvengono piccoli travasi di petrolio che, tuttavia, non recano danno, come dimostrato dalle località della riviera romagnola, che ospitano circa 40 piattaforme, alle quali sono state assegnate nove bandiere blu, simbolo del mare pulito.  

Non credo che molti Italiani siano a conoscenza di tutto ciò. E, probabilmente, non si rendono neppure conto che, per far fronte alle necessità nazionali, lo Stato è obbligato a comprare il petrolio da nazioni che, vendendone barili, diventano sempre più ricche e potenti, mentre aumenta il debito pubblico italiano. Sarebbe il caso che gli elettori ci riflettessero, prima di votare o decidere di astenersi dal voto. Perché è vero che quanto preleviamo dai fondali marini è scarso ed insufficiente, per cui dobbiamo continuare a rifornircene dall’estero, con un costo delle finanze pubbliche non solo notevole, ma anche in continuo aumento. Sarà poco ma è meglio che niente.

Egidio Todeschini


9.4.2016