In Italia più morti che nascite

Per terremoti, nubifragi, per incidenti stradali o sul lavoro. Il crollo di natalità. L’Istat ci informa che nel 2017 il saldo negativo è stato di 183 mila unità

 

 

A seguire le notizie di cronaca della nostra Penisola c’è veramente da preoccuparsi. Ogni giorno veniamo a conoscenza di omicidi, stupri, delinquenti che rubano ed uccidono, terremoti, tragedie sul lavoro con morti e feriti, femminicidi, violenze in famiglia, infortuni stradali. Fatti che ogni anno causano migliaia di vittime. Il che comporta la riduzione dei connazionali già in calo a causa delle scarse natalità dovute anche all’alto numero, per fortuna in riduzione, di aborti annuali. Che si effettuano, come rilevato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, anche in altri Stati provocando un numero di morti dieci volte superiore a quelli dell’Olocausto.

A volte ad impugnare un’arma senza valide ragioni è un ragazzo, come successo giorni fa a Santa Maria a Vico, in provincia di Caserta, dove uno studente 17ttenne dell’Istituto Tecnico Commerciale Bachelet-Majorano ha ferito con un coltello la professoressa di italiano che lo voleva interrogare. Brutalità a volte rimpiazzate da insulti pesanti a poliziotti, giornalisti, governanti e diplomatici, nazionali o stranieri.

In Italia non c’è stata neppure, nel 2017, la riduzione degli incidenti stradali registrata nel 2016, visto che, secondo le dichiarazioni dei Carabinieri, han perso la vita migliaia di persone, sia pure in minor numero di quelle avvenute nel nostro Continente, come dichiarato dal direttore dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) per l'Europa, dove sono morte un milione e 250mila persone, 6500 dei quali bambini.

Diverse e peggiori, purtroppo, le cifre riguardanti gli incidenti sul lavoro, nel 2017 aumentati del 1,3% in Italia, con la conseguente crescita del 5,2% di decessi, dovuti anche al fatto che molti operai, spesso ultrasessantenni, lavorano in condizioni a rischio, essendo state, a volte, abolite le strutture di sicurezza necessarie per proteggerli da possibili incidenti. Il che ha provocato, negli ultimi 10 anni, la morte di 13.000 persone ed il ferimento di molti altri. Disgrazie successe in molte Regioni, soprattutto al Nord, zona nazionale più industrializzata. Impossibile elencare tutte quelle successe per errori commessi da chi poi ci ha rimesso la vita o è rimasto ferito: 70 in Emilia Romagna, 59 nel Veneto, 57 in Lombardia, 47 in Piemonte, 1 in Puglia. Il 32,6% degli incidenti mortali è stato registrato nell’Italia Centrale, il 21,732,6% nel Sud, il 20,9% nel Nord ovest ed il 15,7% nel Nord est. Nei primi 16 giorni del 2018, han perso la vita 29 persone, quasi due al giorno.

Certo, sarà anche la conseguenza dell’aumento di lavoratori, grazie alla crescita nazionale dell’economia e alla crescita delle ore lavorative. Ma certamente anche in quanto non sempre sono state effettuate le necessarie spese per ridurre gli incidenti.   E dovute anche all’età sempre più avanzata dei lavoratori, a causa delle riforme pensionistiche. Che non hanno tenuto conto del fatto che, invecchiando, si riducono i riflessi e la lucidità diminuisce.

Tante morti in Italia non sono controbilanciate dalle poche nascite. L’Istituto nazionale di statistica (Istat) ci ha informato nei giorni scorsi che lo scorso anno “la popolazione italiana ha perso 100 mila residenti”, che la natalità ha migliorato al ribasso il record stabilito nel 2016 e che il saldo naturale, negativo per 183 mila unità (più morti che nascite) è giunto a un “minimo storico”. Le statistiche dimostrano come nell’arco di un decennio, tra il 2007 e il 2017, si siano persi 100mila nati e come nell’anno appena concluso si sia scesi a 464 mila unità, segnando una nuova riduzione del 2% che conferma il record al ribasso, in un Paese dove ormai da 40 anni non si riesce a mettere al mondo un numero di bambini sufficiente a garantire il semplice ricambio generazionale.

Né d’altra parte può consolarci osservare che la discesa della natalità risulta presente pressoché in tutte le popolazioni economicamente più sviluppate e non è solo una prerogativa italiana. Anche perché altrove – Francia, Regno Unito, Svezia, Stati Uniti – il calo è più contenuto e le sue conseguenze, in termini di crescita della popolazione e di invecchiamento, appaiono meno drammatiche.

In proposito, al 1° gennaio 2018, l’Istat ci informa che il 23% della popolazione italiana ha almeno 65 anni e stando alle previsioni salirà al 26% tra dieci anni e al 31% fra altri dieci. Così l’Italia sarà sempre più chiamata ad affrontare importanti problematiche di equilibrio tanto sul terreno del welfare (pensioni e sanità) quanto su quello della disponibilità di un potenziale produttivo (forza lavoro9 sufficiente a garantire le risorse necessarie per garantire la qualità della vita.

Come si vede non mancano elementi che inducono a riflettere su come mai siamo arrivati a vivere una crisi demografica di questa portata e a farci chiedere con quali modalità potremmo cercare di venirne fuori, auspicabilmente in fretta e nel miglior modo possibile. Dobbiamo convincerci che la realtà demografica che stiamo vivendo è importante e pericolosa per gli equilibri del nostro paese almeno quanto la crisi economica e come tale va attentamente seguita e adeguatamente contrastata tanto con gli strumenti della politica, quanto sul piano della cultura e della difesa dei valori.

 

Egidio Todeschini

11.2.2018