Da 36 anni si tenta di riformare il Senato

Per ora senza riuscirci. Prevalgono insulti e minacce, forse al fine di non ridurre il numero ed il potere dei senatori nonché le loro paghe

 

Continuano senza sosta le polemiche sulla modifica delle funzioni del Senato, tanto importante e necessaria, per la politica e per le stesse istituzioni, da farla definire dal Premier “madre di tutte le riforme”. Dal 1979 si pensa di eliminare quel bicameralismo che allunga i tempi legislativi e, come già rilevato anni fa, non esiste più in 15 dei 28 Stati dell’UE, mentre in Spagna, Polonia, Romania e Repubblica Ceca, Paesi che seguono il modello italiano, i Deputati possono prescindere dal voto del Senato. Nel 2005 ci tentò di nuovo Silvio Berlusconi, ma nel 2006 il referendum bocciò, con il 61,3% dei voti, la riforma. Ora ci riprova Renzi prevedendo un Senato delle Autonomie con 74 consiglieri regionali, 21 sindaci, tutti con un mandato di 7 anni, non ripetibile, e 5 personalità illustri nominate dal Capo dello Stato. Un totale, quindi, di 100 Senatori (oggi sono 315), che non avranno un ulteriore stipendio, mantenendo solo quello che prendono in quanto consiglieri regionali o sindaci, ai quali si aggiungono, fino alla loro morte, gli ex Capi di Stato.

I senatori avranno compiti parzialmente diversi da quelli odierni. Non voteranno più la fiducia al Governo, non potranno decretare lo stato di guerra, esprimersi sulla concessione di amnistia ed indulto, né approvare il consenso a procedere nei confronti del Premier e dei Ministri nel caso in cui siano sottoposti ad inchieste per “reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni”. Si esprimeranno insieme alla Camera solo sui referendum popolari, sulle leggi di revisione della Costituzione e quelle relative a famiglia, salute e temi etici. Avranno poteri rafforzati, invece, sulle modifiche della legge di bilancio, nonché delle norme che garantiscono l’equilibrio tra entrate e spese, per le quali potranno presentare proposte entro 15 giorni. Ed anche richiedere alla Camera di procedere all’esame di un disegno di legge, con il dovere per Montecitorio di farlo entro sei mesi. Ne consegue che la Camera potrà approvare gran parte delle leggi senza bisogno del “sì” del Senato, anche a fronte di eventuali rilievi dei Senatori. Tuttavia la riforma prevede 22 categorie di leggi bicamerali, mentre su altre il Senato può intervenire su richiesta d’un terzo dei suoi membri. Il che non semplifica più di tanto la legislazione.

Il primo “sì” al testo presentato dal Ministro delle riforme costituzionali, Maria Elena Boschi, è stato votato, l’8 agosto scorso, dal Senato, poi approvato a Montecitorio dopo una notevole rissa, messa in atto dai Grillini, che obbligò’ il vicepresidente Roberto Giachetti a sospendere la seduta e a chiedere di allontanare alcuni tra gli onorevoli più facinorosi. Tornata a Palazzo Madama per la seconda votazione, a dichiararsi parzialmente contrari, soprattutto alla prevista non elezione diretta dei senatori (come prevede l’art. 2) sono stati gli antirenziani del PD e gli esponenti dell’opposizione. Dissenso, espresso anche con insulti, dai contrari alla non eleggibilità dei Senatori in quanto ciò potrebbe permettere un rafforzamento, di tipo fascista, dei poteri del Governo. Al quale  il Premier ha reagito “comprando”, come asserito da qualcuno, i voti necessari per l’approvazione della riforma, ed accettando la proposta del vicepresidente del Pd, Giorgio Tonini. Il quale ha suggerito di far votare, alle Regionali, il presidente, i consiglieri e, distintamente, i consiglieri-senatori, secondo nuove mo-dalità inserite nelle leggi delle Regioni. Il che ridarebbe ai cittadini il diritto di scegliere i futuri membri del Senato, sia pure indirettamente.

Il suggerimento forse non è del tutto positivo. Perché gli elettori votano più il partito che le persone, non sempre oneste e capaci, a giudicare dal fatto che, da gennaio 2014 a giugno 2015, sono finiti sotto inchiesta, per corruzione, concussione, truffa, turbativa d’asta, appropriazione indebita, abuso d’ufficio e compravendita del voto, 1.290 politici regionali, comportando un danno erariale che sfiora i 6 miliardi di euro. Il che fa cambiare parere a Bersani e soci, ora disposti a votare a favore dell’art. 2, non convince invece il leghista Calderoni che presenta 85 milioni di emendamenti, ritenuti dal presidente Pietro Grasso “un’offesa alla dignità delle istituzioni”, per esaminare i quali occorrerebbero 400 anni, e spinge la redazione de Il Foglio e Vittorio Feltri de il Giornale a far proprio il suggerimento di Cacciari, fondatore del Pd, il quale ritiene che sarebbe meglio abolire il Senato una volta per tutte e passare al monocameralismo, sistema rispettabile già adottato da diverse democrazie moderne. Idea avuta pure da Renzi. Una scelta che avrebbe implicato modifiche più radicali della Costituzione, quindi più difficili. Ma che avrebbe comportato il vantaggio di abolire il bicameralismo. Sul quale il voto finale sarà, forse, in ottobre.  

Egidio Todeschini

28.9.2015