La drammatica situazione delle carceri

Sempre strapieni i penitenziari italiani. Inopportuna l’amnistia, meglio velocizzare i processi e spoliticizzare la Giustizia

 

Rischiamo di abituarci. Ogni anno si parla della situazione inumana delle carceri nazionali nelle quali è rinchiusa più gente di quanto possano contenere. Secondo il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, ad ottobre, invece dei 45.688 previsti dalla capienza regolamentare, c’erano 66.627 detenuti (oltre a 57 madri con 60 bambini al seguito, e 13 donne incinte), il 40% dei quali in attesa di giudizio, quindi “presunti innocenti” che dovrebbero essere tenuti negli istituti di custodia cautelare, ora inesistenti. Ne consegue che, a causa della carenza di posti letto, molti reclusi sono stipati nelle sale di socialità, ormai trasformate in celle con brande e materassi.

Una vergogna che si trascina da decenni, a dispetto delle amnistie o degli indulti proclamati per ridurre il numero dei prigionieri, anche perché, nel frattempo, molti reparti detentivi sono stati chiusi in quanto inagibili, senza però costruirne altri. L’Italia è tuttora il Paese dell’UE con le carceri più sovraffollate, anche se il ministro della Giustizia, Severino, afferma che “non è vero che abbiamo numeri da record, il sovraffollamento in cifre simili alle nostre è un problema comune in quasi tutti gli Stati dell’Unione”. Sta di fatto che ci è arrivata la condanna della Corte Europea dei diritti dell'uomo per “trattamenti inumani e degradanti”, benché la legge del 1975 prescriva che “il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto della dignità della persona… ed improntato ad assoluta imparzialità, senza discriminazioni in ordine a nazionalità, razza e condizioni economiche e sociali, a opinioni politiche e a credenze religiose… Nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento educativo che tenda, anche attraverso i contatti con l'ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi.”

Obbligo legale il quale non ha impedito che, in 10 anni, morissero più di 1.500 detenuti, un terzo dei quali per suicidio, gli altri per assistenza sanitaria insufficiente. Anche perché l'incremento della popolazione carceraria, dovuto all’aumento degli immigrati, ha deteriorato la qualità della vita dei carcerati, già provati dalla limitata libertà o, in qualche caso, dal rimorso. Tensioni che periodicamente qualcuno cerca di far ridurre attraverso indulti o amnistie che però rischiano solo di mettere in libertà delinquenti pronti a commettere di nuovo delitti, stupri, rapine o altro. Anche quest’anno il Partito Radicale, dopo il lungo sciopero della fame della deputata Rita Bernardini e di Irene Testa, ha tenuto, a novembre, un presidio davanti alle carceri di Roma, Milano, Venezia, Torino, Napoli, Salerno, Santa Maria Capua Vetere, Catania e Palermo, onde stimolare le Istituzioni ad adottare un provvedimento di amnistia. Invito per fortuna non accolto dal Governo che invece ha sostenuto la validità della legge  “svuota carceri” del 2010 che tuttavia, a detta della Severino, benché incentivi la reclusione domiciliare, a seguito della obbligatoria “richiesta” da parte del Pubblico Ministero o dell’interessato, non può “risolvere il problema del sovraffollamento carcerario” se non si attivano “convenzioni bilaterali per il rientro di detenuti stranieri nei Paesi di origine e intese con le comunità di recupero per tossicodipendenti”.

L’Esecutivo stima che, portando da 12 a 18 mesi di condanna la possibilità degli arresti domiciliari, pur restando invariati i motivi impedienti la concessione del beneficio (possibilità di fuga; precedente condanna per evasione; alterazione delle prove), saranno più di 7.000 i detenuti che potranno goderne, con non trascurabili risparmi di spesa (pari a 375.318 euro al giorno) e, soprattutto, con un significativo minor affollamento delle carceri. C’è da augurarselo. Come c’è da sperare che si avveri ciò che la Severino auspica, cioè che il carcere torni “ad essere il luogo dove si possa imparare un mestiere e, per gli stranieri, anche la lingua italiana”. Ma sorprende che non faccia mai riferimento alla enorme durata dei processi, ai tempi incredibilmente lunghi, dovuti alla burocratizzazione dell’apparato giudiziario, alla politicizzazione di alcuni magistrati o al mantenimento in vigore di leggi fasciste, come quella che ha fatto condannare il direttore de il Giornale, Alessandro Sallusti, a 14 mesi di prigionia ai domiciliari, con conseguenti critiche e polemiche da parte, soprattutto, degli avvocati milanesi di gente ancora in carcere.

In Italia la durata media di un processo, spesso interrotto per assenza del giudice, s’aggira sui 7 anni durante i quali il presunto colpevole resta in galera, benché per legge considerato innocente fino a condanna definitiva: tra i tanti, il conduttore televisivo Enzo Tortora, detenuto per 4 anni. O muore, come successo l’11 febbraio 2011 nel carcere di Regina Coeli ad un prigioniero di trent’anni, probabilmente vittima di un’overdose. La procura di Roma ha disposto l’autopsia per capire le cause della morte. Peccato che a novembre 2012 il cadavere è ancora custodito in una cella frigorifera del cimitero di Prima Porta! Tempi procedurali così lunghi da far rimettere in libertà veri delinquenti grazie alla prescrizione che ha portato nel nulla ben 141.453 procedimenti. I processi in Italia durano troppo. Tutti lo sanno e tutti ne discutono, però non si fanno mai le riforme della Giustizia che potrebbero sanare questa insostenibile situazione che comporta, tra l’altro, una spesa eccessiva, superiore a quella di tutti i Paesi occidentali, a carico dello Stato che poi paga anche per l’ingiusta detenzione. Il che dà ragione a Gian Domenico Caiazza, presidente della Camera penale di Roma, quando afferma che “Il processo penale non è affatto una macchina che non può funzionare, ma è una macchina che non si sa far funzionare”. O che non si vuol fare funzionare.

Egidio Todeschini