Ragazzi in pericolo davanti al computer

 I giovani diventano spesso vittime di malviventi e corrono il rischio di commettere illeciti. Troppo permissivismo e poca educazione

 

Ho letto l’ultimo rapporto presentato da Eurispes e Telefono Azzurro che ha interpellato circa 2.500 bambini (7-11 anni) e ragazzi (12-19 anni) per riferire sulla “Condizione dell'Infanzia e dell'Adolescenza” in Italia. Da esso risulta che moltissimi ragazzini passano ore interminabili davanti alla televisione o sul computer (il 17,2% vi trascorre più di 3 ore al giorno); che anche i più piccoli sono già in grado di scrivere un testo con esso (75,4%) e di stampare (62,7%); che la maggioranza si dice capace di cercare informazioni in Rete (59,8%) o, a 7 anni, di scaricare film e musica e guardare video e film su YouTube. Che i più grandi sprecano tempo sul cellulare (il 93,2%) o su Internet (solo il 10,6% non lo usa). Che circa il 96% passa ore davanti alla televisione. Un modo decisamente preoccupante di occupare il tempo, soprattutto se si pensa a quel 71,1% di adolescenti che possiede un profilo su Facebook, dove magari appaiono completamente nudi o quasi, ragazzine comprese, utilizzato allo scopo di fare nuove conoscenze e per confidarsi con “amici” che non conoscono ai quali raccontano tutto di sé, sentimenti, emozioni, considerazioni sul compagno di scuola o sull’amica (che poi legge tutto) e altro. Ne consegue che qualcuno chieda nome, cognome e indirizzo, sempre via rete, al 47% degli adolescenti, il 39,8% dei quali si è sentito invitare ad un incontro da uno sconosciuto.

Secondo quanto scrive Sonia Livingstone nel libro “Ragazzi online”, spesso la loro comunicazione online non è solo ingannevole ma neanche totalmente sincera. Un modo di comunicare un po’ sopra le righe, in cui a volte abbondano linguaggi aggressivi o affermazioni insensate. Un giovane di 16 anni a chi lo intervista dice: “Molte delle cose che carico le metto per far ridere… faccio lo scemo in quelle foto… è fatto per i miei amici, loro lo sanno”. Il risultato è che portano la loro intimità in pubblico e mettono a nudo corpo e anima, rendendoli visibili a tutti, anche, ma non sempre, ai loro genitori, alcuni dei quali se ne disinteressano e altri non sanno navigare online. Non meravigliamoci poi se, dalle cronache quotidiane, veniamo a conoscenza di fatti cruenti o vergognosi. Come quello della bambina, apparentemente di 10 anni, che ha pensato di inaugurare il 2012 pubblicando su Facebook una sua fotografia ove appare seminuda davanti allo specchio. E con noncuranza, a chi le consigliava di eliminare la foto per ovvi motivi, rispondeva: “Se la levo, finisce questa barzelletta”. O della 13enne, di origine kosovara, allontanatasi da casa da Besnate con un ragazzo conosciuto su chat, un romeno di 24 anni (le diceva di averne 17 e di essere Italiano), che intendeva obbligarla alla prostituzione. Save the Children ha inoltre denunciato la pratica, messa in atto dal 14% di ragazzini e bambinelle, di inviare in Rete fotografie nelle quali appaiono nudi o semivestiti, al fine di ricevere regali come ricariche telefoniche o ricompense in denaro. Senza contare quel 22% che ha rapporti intimi con qualcuno conosciuto su Internet, con conseguente aumento di gravidanze indesiderate, malattie sessualmente trasmissibili e, peggio, di aborti (ben 10.375 solo nel 2008).

Statistiche che parlano di minorenni continuamente collegati su internet senza essere consapevoli dei rischi e delle conseguenze che ne possono derivare, perché, navigando con leggerezza su Facebook, Twitter, Google+ ed altri social network, non corrono solo il pericolo di rimanere vittime di mascalzoni o di delusioni, ma anche di diventare autori di illeciti diversi, per esempio di diffamazione se, chattando, insultano qualcuno o ne violano la privacy. Reati che possono comportare, come spesso succede, una querela con relativi e notevolmente onerosi costi procedurali, nonché risarcimento danni. Gli uni e l’altro a carico non dei diretti responsabili, in quanto minorenni, bensì dei genitori che non si preoccupano di sapere cosa facciano. Anche perché conoscono la tecnologia del computer meno dei loro figli; o perché, quando vanno a lavorare, li affidano ai nonni, i quali di Pc ne sanno ben poco e, vedendo i nipoti armeggiare con il mouse e battere sui tasti, o divertirsi davanti alla televisione, si stancano meno e lasciano fare.

Trattasi, dunque, di una situazione inaccettabile che dovrebbe stimolare ad una maggiore funzione censoria di Facebook, prontissima a scattare se uno osa parlar male di taluni personaggi politici, ma lentissima in casi come questi. E che, soprattutto, come scrive Elisa Chiari su Famiglia Cristiana del 5 febbraio scorso, rende necessario far ricordare ai padri, alle madri ed ai parenti adulti che alla base c’è “quella parola banale che si chiama educazione”. Che non deve necessariamente spingere a metodi educativi discutibili: un papà della Carolina del Nord, per punire la figlia ribelle che si lamenta in Rete delle “troppe faccende di casa” costretta a sbrigare ogni giorno e dei genitori che la dovrebbero “pagare per quei lavori”, le ha distrutto il computer a colpi di pistola. Reazione eccessiva e carente di ciò che lo psicologo Simone Feder ritiene componenti essenziali di una buona istruzione pedagogica, cioè “autorevolezza e prudenza”. Che invece, a quanto sembra, oggi mancano. 

Egidio Todeschini

2.1.2012