Veneto e Lombardia dopo il referendum

Vi ha partecipato quasi il 60% dei cittadini autorizzando così le due Regioni a chiedere al Governo più autonomia su risorse e competenze

 

                                                                                                                        

Con il 98% nel Veneto ed il 95% in Lombardia (dove debuttava per la prima volta il voto elettronico), il 22 ottobre scorso i cittadini hanno dato ai loro Presidenti regionali il potere di trattare con il Governo, il quale da parte sua afferma di essere pronto a discutere sulle 23 materie in questione. Il che, per i leghisti Maroni e Zaia, rappresenta “per il centrodestra una battaglia culturale vinta che riapre la battaglia per l'autonomia, da declinare per le politiche. Passa il concetto che una Regione virtuosa, che amministra in modo efficiente, ha diritto di chiedere più competenze. Ora si deve aprire subito un tavolo col Governo per rivendicare più competenze su scuole, beni culturali, e servizi. E per il residuo fiscale”.

In effetti ai due Presidenti è ora consentito iniziare a discutere con il Consiglio dei Ministri su soldi e poteri, per ottenere l’autonomia di entrate e di spese finora non avuta a dispetto di quanto asserito nel titolo V della Costituzione che la riconosce a Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni. Il che significa anche meno potere della Capitale. Battaglia non facile, salvo limitarsi a domandare maggiori competenze per esempio sulla gestione delle scuole. Come avvenuto, 4 giorni prima del referendum, avendo il Governo dato, alle Regioni amministrate dalla sinistra, maggiori autorità scolastiche. Evidente l’obiettivo di mostrare l’inutilità del referendum.

Il risultato della consultazione crea problemi al Governo, costretto ad adeguarsi alle autonomie, ma anche ai Presidenti di Lombardia e Veneto, che dovranno affrontare due difficoltà: la mancanza, a Roma, di una maggioranza disposta a riconoscere a Lombardi e Veneti la facoltà di gestirsi da soli, nonché le ragioni che spingerebbero i Parlamentari delle altre Regioni a favorire l'autonomia. Senza contare ciò che ne consegue, cioè la permanenza, sia pure solo in parte, delle entrate pecuniarie sul territorio regionale, facendo così aumentare l'ostilità di deputati e senatori, a causa della situazione pietosa dei conti pubblici. Ed il malumore delle Regioni che godono di assistenzialismo.

Il che ha spinto molti a paragonare l'autonomia lombardo-veneta alle contemporanee rivolte della Catalogna tendente a separarsi dalla Spagna. Giudizio sbagliato perché l’autogestione non contrasta con l'unità e la solidarietà nazionale, tende solamente a ridurre in sede regionale l’eccessivo assistenzialismo ed il peso delle tasse. Scopi non condivisi da chi, a sinistra, ha cercato di boicottare il voto.   

Maroni, governatore della Lombardia, la Regione più attiva, produttiva e dinamica della Penisola, intende discutere subito con il Governo onde vedersi riconoscere “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse”. Alle quali il leghista Zaia vorrebbe aggiungere la richiesta di dichiarare costituzionalmente il Veneto “Regione a Statuto speciale”. Obiettivo non condiviso da Maroni che intende domandare all’Esecutivo solo il riconoscimento dello “status di regione speciale", per "ottenere più soldi con i meccanismi del residuo fiscale, il tutto nel quadro dell'unità nazionale".

Cioè, ottenere che il 90% delle imposte locali restino alle Amministrazioni regionali che ora versano al Governo più di 70 miliardi (53,9 la Lombardia e 18,2 il Veneto), onde imporre meno tasse, avere scuole migliori e disporre di più risorse per ambiente e beni culturali. Richiesta che, se accettata, comporterebbe “una botta tremenda per lo Stato”. Questo non impedisce a Maroni e Zaia di chiedere un incontro con i Ministri che probabilmente avrà luogo prima della fine dell’anno.   

Le conseguenze del referendum perciò sono ancora molto incerte, data la scarsa simpatia della Sinistra per il Nord ove registra quasi sempre sconfitte elettorali. Il che ha spinto il sindaco milanese, Giuseppe Sala, a non votare, come suggerito dal bergamasco Ministro Maurizio Martina, che ha invitato i Lombardi ad astenersi dal voto in quanto, per il referendum, si “è sprecato tempo e denaro per un quesito inutile”. Dello stesso parere il “padre del Pd”, Romano Prodi, che lo aveva definito un’astuzia dei due governatori leghisti per “ottenere più visibilità politica”, ed espressione dell'egoismo nordico in quanto “l'autonomia dei ricchi mette a rischio l'unità” della Penisola. Anche l'ex direttore dell'Unità, ora senatore dell'Ulivo, Furio Colombo, è convinto che “Lombardia e Veneto, tra le più ricche regioni del mondo, hanno indetto un referendum-imbroglio costruito come propaganda per le prossime elezioni. Vogliono dichiarare pubblicamente che non vogliono contribuire in alcun modo alle condizioni economiche di vita del loro Paese”. Resta da augurarsi che il Governo sappia trovare una giusta soluzione.

Egidio Todeschini