Regeni e Marò: casi simili e distinti

 Del primo si parla tanto e dei secondi poco. Doveroso occuparsi del giovane ucciso in Egitto senza però trascurare i nostri fucilieri

 

 

Ogni giorno abbondano le notizie relative alle indagini che la Procura di Roma sta svolgendo per appurare perché e da chi sia stato ucciso il giovane ricercatore friulano, sparito il 25 gennaio scorso, il cui cadavere fu ritrovato, il 3 febbraio, in un fosso lungo l'autostrada Cairo-Alessandria. Il corpo era pieno di lesioni, probabilmente inflittegli qualche ora prima del decesso, forse per obbligarlo a rivelare qualcosa circa i suoi legami con il movimento sindacale che si oppone al governo del generale al-Sīsī. In effetti il giovane si trovava in Egitto per fare, presso l'Università Americana del Cairo, una ricerca sui sindacati indipendenti, dei quali aveva già raccontato la difficile situazione, dopo la rivo-luzione egiziana del 2011, su alcuni articoli firmati con lo pseudonimo di Antonio Druis.   

Giusto, quindi, raccontare le doti ed i meriti di questo giovane che ha frequentato elementari e medie a Fiumicello, poi per tre anni a Trieste il liceo classico, grazie ad una borsa di studio del Collegio del Mondo unito di Duino, in New Mexico. Qui ebbe l’idea di tenere una corrispondenza sui temi di ecologia e ambiente e, dopo, sì trasferì prima a Oxford ed in Inghilterra. Conosceva l’inglese, lo spagnolo e l’arabo, lingua, quest’ultima, che lo aveva convinto ad andare nella capitale egiziana per effettuare il dottorato di ricerca cui stava lavorando. Dunque, doveroso far sapere ai suoi concittadini e, soprattutto, alla famiglia, chi e perché lo ha rapito, torturato ed ucciso.

Fatto non unico, a stare a quanto affermato dalla madre, Paola Regeni, convinta che “quello che è successo a Giulio non è un caso isolato”. Il che è confermato dagli attivisti egiziani secondo i quali in pochi mesi sono state rilevate in Egitto centinaia di sparizioni, di cui Il Corriere della Sera ha pubblicato online i nomi. Naturalmente il Governo del Cairo nega che pratiche simili siano commesse sistematicamente dai suoi apparati. Ma la morte del giovane studente ha portato l’attenzione su tale fenomeno. Per ora senza risultati, come risulta dall’indagine della Procura di Roma, a causa della mancanza degli elementi chiesti al Cairo, in particolare sui dati dei telefoni cellulari attivi sul luogo del rapimento di Giulio e in quello in cui fu ritrovato cadavere.

Che le autorità egiziane, non hanno voluto dare per tutelare, in nome della loro Costituzione, la privacy dei cittadini. Preferendo attribuire alla gang di criminali la responsabilità del sequestro e dell’omicidio di Regeni, in quanto avevano trovato nelle loro case il suo passaporto con altri documenti. Ipotesi degli inquirenti del Cairo, secondo i quali la moglie del capobanda avrebbe dichiarato che, guardando alla tv il volto di Giulio, dopo la sua morte, il marito le disse che quel ragazzo l’aveva aggredito nei giorni precedenti e che, per reazione, lui e i suoi amici l’avevano rapinato, sottraendogli la borsa con i soldi, il passaporto e tutto il resto. Versione poco credibile che fa pensare a un depistaggio. E che ha spinto le autorità italiane a far rientrare in Patria l’ambasciatore Maurizio Massari, mandando così l’inequivocabile messaggio al Presidente al Sisi: sul caso Regeni l’Italia fa sul serio.

Tale decisione fa pensare al caso dei due fucilieri della Marina, accusati di aver ucciso, il 15 febbraio 2012, due pescatori e distrutto la loro imbarcazione. Fatto che, essendo avvenuto in acque internazionali, toglieva il diritto di processare alla Magistratura indiana. Che, però, prima li ha messi in prigione, poi in libertà condizionata, pur concedendo loro il permesso di ritornare in Patria, sia pure per un numero ristretto di giorni, o quello dato a Massimiliano Latorre per motivi di salute. Da allora, quotidiani e televisioni hanno dato notizie in merito, fino a quando l’Italia non ha chiesto al tribunale arbitrale dell’Aja di occuparsene. Poi non si è saputo più nulla, o ben poco. Per esempio, la notizia, pubblicata, il 31 marzo scorso solo su un quotidiano e non data nei telegiornali, che l’India non si oppone al rientro di Girone in Patria fin quando non si avrà la sentenza finale del tribunale arbitrale. Non si è neppure saputo se il suddetto fuciliere sia finalmente arrivato in Italia.

D’accordo, sono passati più di 4 anni e forse i nostri cronisti pensano che ciò non interessi più agli Italiani, ora ansiosi di sapere perché e da chi Giulio Regeni sia stato picchiato ed ucciso. Un omicidio, da Renzi ritenuto “non un nuovo caso marò”, su cui è giusto informarsi a fondo ed appurare la verità. Senza, però, dimenticare le vicissitudini, tutt’altro che serene, di Girone e Latorre.     

  Egidio Todeschini

  

23.4.2016