Violenza disputa tra politici e giudici

Il Premier reagisce alle accuse di corruzione fatte dal Presidente dell’ANM. Il quale però sottovaluta le inerzie dei Magistrati  

 

 

Leggo, su Azione, giornale della Migros, un articolo di Aldo Cazzullo dal titolo “Il conflitto fra Renzi e i Magistrati”, cioè tra politica e magistratura che definisce “difficile spiegare a chi guarda l’Italia da fuori”, benché duri da 25 anni e di cui, invece, parlano in abbondanza quotidiani e telegiornali italiani. A riaccendere la disputa è stato il Presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati, Piercamillo Davigo, (in passato si era occupato di “Mani Pulite”, le note inchieste giudiziarie sulla corruzione politica ed imprenditoriale in Italia); intervistato dal Corriere della Sera il 21 aprile scorso e, il giorno dopo, all’Università di Pisa, ha detto che “tutti i giorni leggo polemiche tra magistrati e politici che non hanno smesso di rubare; hanno smesso di vergognarsi”; perché “la classe dirigente che delinque è peggio dei ladri”. Ed ha accusato tutti i partiti di complicità con i corrotti, compresi quelli dei Governi in carica.

Frasi che hanno fatto infuriare tutti, esponenti del Governo compresi, alcuni dei quali attualmente sotto inchiesta. Ed hanno indotto Matteo Renzi a chiedere “rispetto” ed affermare che ciò dipende “dalla barbarie giustizialista” di quei Magistrati che allungano oltre modo i tempi procedurali e, a volte, agiscono e giudicano in base a pregiudizi ideologici o politici, quando non per corruzione, come successo più volte a Napoli, Bari, Roma e in Calabria. Il Premier ha detto di “ammirare i moltissimi magistrati che cercano di fare bene il loro dovere ed anche i moltissimi politici che provano a fare altrettanto". Ma auspica che “il rapporto tra politici e magistrati sia molto semplice. Perché il politico rispetta i magistrati ed aspetta le sentenze. Il magistrato applica la legge e condanna i colpevoli. Io rispetto i magistrati e aspetto le sentenze".

In disaccordo con Davigo anche Raffaele Cantone, presidente dell'autorità nazionale Anticorruzione, secondo il quale “la fiaba della Magistratura tutta buona e della politica tutta cattiva è falsa". Al quale si è aggregato Edmondo Bruti Liberati, ex procuratore capo di Milano, invitando i giudici a non dare voti alla classe dirigente, perché “non ci sono toghe buone contro l'Italia dei cattivi”. Come dire che anche i Magistrati possono farsi corrompere o non svolgere adeguatamente il loro lavoro, se allungano troppo i tempi giudiziari, se contribuiscono alla pubblicazione delle intercettazioni e se mettono in galera o ai domiciliari presunti colpevoli, prima della sentenza. Un dramma fisico e psichico che, a volte, spinge al suicidio, anche perché spesso comporta un notevole danno economico o, peggio, rotture dei legami familiari.

Vicende dolorose che, secondo il Presidente dell’Associazione Nazionale vittime degli errori giudiziari, l’Avv. Gabriele Magno, ogni anno colpiscono “settemila Italiani”. Molti dei quali chiedono, poi, un indennizzo allo Stato che, dal 1992, ha pagato 630 milioni di euro per indennizzare quasi 25 mila vittime di ingiusta detenzione. Somme ingenti alle quali si aggiungono 36 milioni del 2015 ed 11 in tre mesi del 2016. Un costo notevole, che spesso comporta un aumento delle tasse, che i diretti responsabili, cioè i Magistrati coinvolti, si assumono solo in parte e non sempre, in quanto temono che i tribunali possano essere paralizzati da una valanga di richieste di risarcimento.

Il battibecco tra Renzi e Davigo è, a detta di Michele Ainis, giornalista del Corriere della Sera, “frutto degli opposti corporativismi che infiammano la cittadella politica e quella giudiziaria, ciascuna arroccata contro l’altra”. Anche se la Consulta, da tre decenni, invoca un canone di “leale collaborazione”. Che il nuovo clima di scontro non facilita affatto, anzi rischia di far peggiorare le procedure giudiziarie, allungandone i tempi, con l’inevitabile incremento delle prescrizioni che già ammontano a 130 mila all’anno. Come dire altrettanti delitti senza castigo. O la fuga verso forme d’arbitrato, oppure la rinunzia a difendersi in giudizio, tanto si sa che è tempo perso.

Stando così le cose, i giudici e politici dovrebbero discutere, non insultarsi. E mettersi d'accordo sulle intercettazioni (tra l’altro spesso pubblicate), sulla prescrizione, sui limiti alla custodia cautelare, sulle regole dei processi. Nonché cercare una norma per rendere omogenei i tempi giudiziari nelle diverse aree del Paese, onde evitare che dipendano dal territorio in cui è avvenuto il reato, civile o penale che sia, negando così il valore universale dei diritti. Cioè esaminare i problemi esistenti nella Penisola, non litigare. Perché ciò scoraggia gli investitori stranieri, facendo, quindi, una valenza economica, oltre che giuridica.

 Indubbio che la corruzione sia un grave problema irrisolto in Italia, tanto da far dire a Davigo che, oggi, la situazione è peggio di quella di Mani Pulite, anche perché i politici “rivendicano con sfrontatezza quel che prima facevano di nascosto”. Ma altrettanto certo che non tutti i Magistrati agiscono con onestà. A danno della Giustizia, dello Stato e dei cittadini.

 

Egidio Todeschini

1.5.2016