La legge non è uguale per tutti

La Camera introduce la responsabilità dei magistrati, che però non ci stanno. Il Governo li asseconda, poi cade il silenzio

 

A distanza di più di un mese, non si parla più del sorprendente ed inaspettato voto segreto del 2 febbraio scorso con il quale 264 deputati avevano approvato un articolo di legge che verteva sulla responsabilità dei magistrati. Presentato dal leghista on. Pini, venne votato dai politici della maggioranza, della quale mancavano 80 membri, e da una quarantina di franchi tiratori del Pd. Voto che non è piaciuto al Governo, tanto meno all'Anm (Associazione Nazionale Magistrati) che lo ha ritenuto “intimidatorio”, in quanto introdurrebbe la responsabilità civile dei togati i quali, se commettono errori gravi (per dolo, colpa, malafede o errata interpretazione delle leggi), dovranno risarcire chi ne ha subito le conseguenze. Regola per cui chi sbaglia paga e già applicata a tutti i cittadini, ma che neppure il referendum del 1987, promosso da radicali, liberali e socialisti sull’onda del caso Tortora (rinchiuso in galera innocente), era riuscito a far passare, benché l’80,2% dei votanti si fosse espresso a favore.

Infatti, come spesso capita in Italia, il risultato referendario fu aggirato dalla legge Vassalli del 1988 che, all’art. 2, riconosce a “chi ha subito un danno ingiusto”, ma solo per dolo o colpa grave, il diritto di essere risarcito dallo Stato. Che poi, in teoria, può rifarsi sul magistrato con una sanzione economica pari a un terzo del suo annuale stipendio lordo. In realtà, però, “non si sono mai registrate azioni di rivalsa”, sottolinea l’ex Guardasigilli, Nitto Palma, benché dal Rapporto Eurispes risulti che, nel 2010, siano stati spesi ben 36,5 milioni di euro a titolo di risarcimento per ingiusta detenzione o errore giudiziario.

È ragionevole che per colpa di una singola toga paghino tutti i cittadini? Domanda alla quale la maggioranza dei deputati il mese scorso aveva risposto con un deciso “no”. Facendo così gioire i sostenitori della responsabilità diretta di giudici e procuratori, ma suscitando le aspre critiche dei diretti interessati, tra i quali il presidente dell’Anm, Palamara, convinto che “i magistrati già pagano”; ed anche di chi ritiene che trattasi di un atto di punizione e d’intimidazione nei confronti della Magistratura.

Difficile dire a priori chi abbia ragione. Certo, vige il principio fondamentale per cui ogni atto umano che cagiona ad altri un danno ingiusto comporta un risarcimento. Da parte di chiunque, sia esso artigiano, autista, medico, imprenditore o libero professionista. Ma tale regola, dice il penalista del Foro di Modica, l’avvocato Salvatore Poidomani, “pone seri problemi riguardo all’esercizio dell’attività giurisdizionale non tanto per la difficoltà o la delicatezza della funzione, quanto perché l’ammissione di una responsabilità del magistrato potrebbe comprometterne l’indipendenza e l’imparzialità, che sono valori di rango costituzionale posti nell’interesse dei cittadini”. Resta però il fatto che il Consiglio dei Ministri dell’UE aveva raccomandato agli Stati membri di adeguare le rispettive legislazioni alle sentenze della Corte di Giustizia Europea. La quale, il 24 novembre 2011, ha bocciato la legge Vassalli, proprio perché limitava il riconoscimento della colpevolezza dei magistrati ai casi di “dolo o colpa grave”, escludendo la “violazione manifesta del diritto”. Regola, quest’ultima, recepita a febbraio dalla Camera.

Indubbio che la responsabilità diretta del togato può spingerlo ad assumere comportamenti di autotutela, con il rischio di un condizionamento dell’attività giudiziaria. Ma è anche vero che in Italia molti magistrati agiscono per prevenzione ed ideologia politica; e che negli ultimi anni si sono ampliati i margini interpretativi del giudice che spesso sentenzia in base al partito di appartenenza del presunto reo. Parlano chiaro, in proposito, le discriminazioni avvenute, per esempio all’epoca di “Mani Pulite”, quelle che portavano a sentenziare che “D’Alema poteva non sapere”, mentre Craxi “non poteva non sapere”. O gli innumerevoli processi, quasi sempre finiti nel nulla, a carico di esponenti politici, in prevalenza del centrodestra, che hanno passato mesi o anni in prigione, anche a causa della lunga durata dei processi. Necessario, quindi, un dibattito politico serio per introdurre un regime di responsabilità che punisca chi giudica per convinzione politica e non in base ai fatti reali. Magari, come qualcuno suggerisce, mantenendo la partecipazione dello Stato, ma rendendo obbligatoria la rivalsa nei confronti del magistrato la cui colpa sia accertata da altri giudici.

Per entrare in vigore, la norma avrebbe dovuto passare anche al Senato senza modifiche, come consigliano Cicchitto e Gasparri, capigruppo del Pdl nelle due Camere, perché il principio è sacrosanto e già riconosciuto per qualunque lavoratore, inclusi i medici la cui professione non è meno delicata dal momento che dispongono della vita del malato. Di parere contrario, invece, il ministro della Giustizia, Severino, già al lavoro, disse subito dopo il voto alla Camera, su un emendamento correttivo, mentre il Capo del Governo aveva assicurato che avrebbe fatto di tutto per arrivare a “soluzioni che permettano di adeguare le norme italiane ai principi europei, anche attraverso un esame comparativo delle legislazioni nei vari Paesi dell’UE e, al contempo, consenta ai magistrati di lavorare con serenità di giudizio nell'esercizio delle loro funzioni”. Promessa che non entrava nei particolari ma che aveva fatto ritirare la minaccia di sciopero avanzata dall’Anm. Ma che ha causato il rinvio della discussione della legge in Senato, prima prevista per il 17 febbraio scorso e sulla quale, invece, ora è caduto il silenzio totale. Che sia un trucco per farla entrare nel dimenticatoio? Staremo a vedere.

10.3.2012 Egidio Todeschini