Riforma elettorale: campa cavallo

A parole la legge non piace ai politici. Però molti la preferiscono perché a loro conviene.  Non a caso è ancora vigente dopo quasi otto anni

 

Che l’attuale legge elettorale italiana, scritta nel 2005 dall’allora Ministro delle Riforme, Roberto Calderoli, sia una “porcata”, come la definì lo stesso autore dopo le modifiche apportate in Parlamento, è dimostrato dal nome, Porcellum, datole dal politologo Giovanni Sartori. In effetti, essa prevede liste bloccate che tolgono all’elettore la possibilità d’indicare preferenze. Istituisce un premio di maggioranza su base nazionale, per la Camera, regionale per il Senato. Ed introduce la cosiddetta “soglia di sbarramento” che esclude il partito che non ottiene, alla Camera, il 4% dei voti (le coalizioni devono averne almeno il 10%), valori percentuali che salgono rispettivamente all'8% e al 20% per il Senato. Un sistema che riduce notevolmente la sovranità del popolo, prevista dalla Costituzione, quindi la democrazia. Che dà al partito vincente il potere di trasformare ogni eletto in un subordinato; permette alla minoranza più votata di entrare comunque in Parlamento; favorisce l’elezione dei Senatori in base alla loro predominanza nelle singole Regioni. Elementi alquanto incostituzionali, per eliminare i quali Mario Segni e Giovan-ni Guzzetta, tra gli altri, proposero nel 2007 tre referendum abrogativi, nessuno dei quali, però, raggiunse il quorum.

Inaspettatamente, una delle promesse dominanti dell’ultima campagna elettorale puntò sull’abolizione del Porcellum, tuttora non mantenuta, benché il Capo dello Stato l’abbia più volte sollecitata. Nel frattempo, la Corte di Cassazione ha chiesto alla Consulta di valutare l’incostituzionalità del premio di maggioranza e dell’esclusione del voto di preferenza, dunque della legge. Dall’eventuale - e probabile - bocciatura della quale ne deriverebbe l’illegit-timità dell’intero Parlamento che deve, quindi, essere sciolto, per essere poi rieletto con la legge precedente, cioè il Mattarellum. Da qui l’urgenza di un’ini-ziativa del Governo che potrebbe presentare un decreto o una proposta legislativa, come il Presidente del Consiglio ha promesso, se venisse a mancare il necessario accordo dei Parlamentari. I quali, invece, continuano a bocciare le proposte altrui e a non arrivare ad una decisione, infischiandosi del fatto che il Porcellum ha fatto aumentare l’antipolitica, quindi l’astensionismo elettorale. Sta di fatto che parte del Pd simpatizza per il doppio turno alla francese, con il ballottaggio tra i due partiti meglio piazzati. Il Pdl punta su un proporzionale con premio di maggioranza solo per il partito che ha ottenuto almeno due terzi dei voti. L’on. Casini propende per un sistema proporzionale alla tedesca che permette di escludere i partiti più piccoli. La Lega Nord preferisce il modello vigente in Spagna, con una soglia di sbarramento teoricamente al 3%, ma di fatto più alta, tanto da permettere di entrare in Parlamento solo ai partiti che superano il 20 o 30%. Grillo, invece, vuole mantenere il Porcellum. Il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, d’accordo con i suoi sostenitori, lo ritiene “meglio di una normale legge proporzionale”, ma promette di presentare una sua proposta. Quando e quale non si sa.

Indubbio che la legge Calderoli sia incostituzionale, non abbia uguali nei sistemi democratici e sia percepita dalla stragrande maggioranza degli Italiani come un oltraggio alla loro sovranità popolare, oltre ad essere il simbolo dell’inefficienza della politica ed una delle cause del collasso nazionale. Ma, per cambiarla o correggerla, è necessario che i politici si mettano d’accordo per modificarla, prima della sentenza della Consulta che potrebbe comportare lo scioglimento delle Camere, quindi nuove elezioni. Che in Italia costano più che altrove, perché si vota in due giorni e per l’alta retribuzione riconosciuta ai presidenti di seggio, ai loro segretari e agli scrutatori. Il che comporta un esborso da parte dello Stato stimato in circa 400 milioni di euro. Decisamente troppi, stante la crisi economica ancora imperante ed il debito pubblico esistente. Un esborso che si raddoppierebbe, qualora si adottasse il sistema francese, come auspicato da parte del Pd, e che mal si accorda con il senso dello Stato che dovrebbe avere chi si candida a governare il Paese. Ovvio che mantenere in vigore il Porcellum non aiuterebbe a ridurre il disinteresse e l’antipolitica del popolo italiano. Però modificarlo senza tenere conto della negativa conseguenza economica sulle casse statali non è da statisti attenti al bene dell’Italia. A meno di adeguarci ai Paesi europei, dove si vota solo un giorno e si retribuiscono meno gli addetti ai seggi.

C’è, dunque, da augurarsi che si arrivi ad un accordo che permetta di eliminare il Porcellum prima del giudizio della Corte Costituzionale atteso per il 3 dicembre. Ma è difficile pensare che, in poche settimane, si trovi quell’intesa che non c’è stata finora. Anche perché molti partiti hanno notevoli interessi a mantenerlo, come ha recentemente commentato Calderoli. Non a caso, pur dovendo essere una priorità, non si è fatto ancora nulla in merito, benché Napoletano abbia sollecitato in tal senso i Parlamentari e chiesto di nuovo uno scatto d’orgoglio che, invece, è mancato ai Senatori che si sono presi, su richiesta del Pd, qualche giorno di tempo per decidere. A testimonianza che gli interessi del Paese restano in secondo piano.

Egidio Todeschini

15.11.2013