Riformare la scuola per educare i giovani

Non basta riparare gli edifici ed assumere i precari. Occorre sopratutto preparare gli studenti ad affrontare la vita con serietà e senso civico


A leggere i quotidiani o a seguire le cronache ed i giochi (per esempio, l’Eredità) televisivi ci si accorge che quasi tutti gli Italiani, parlamentari compresi, leggono pochissimi libri, spesso neppure i giornali, a volte parlano male la nostra lingua e non conoscono la storia, la letteratura e la geografia nazionale. Un Paese, l’Italia, in cui l’ignoranza, l’illegalità e la corruzione si diffondono anche tra i giovani che compulsano ossessivamente i loro telefonini tascabili, cedono spesso al turpiloquio e al piacere di guidare spavaldamente motorini e macchinette. O, peggio, a violenze, stupri, rapporti sessuali tra minorenni, tentati o realizzati. Eppure sono ancora in età scolastica o universitaria. Dal che si deduce che avranno, forse, imparato le materie loro insegnate, ma non acquisito l’educazione civica necessaria per essere e diventare cittadini onesti, corretti e socialmente elevati.

Tale carenza incide notevolmente sul loro modo di vivere, da schiavi del relativismo, e sul futuro della società nazionale. Ma dimostra pure la mancanza di un opportuno insegnamento educativo. Che ritengo - come l’editorialista del Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia - più necessario delle riforme ipotizzate dal Governo, cioè la riparazione degli edifici scolastici, più o meno in rovina, l’immissione in ruolo delle decine di migliaia di precari o la promozione degli insegnanti più meritevoli. Perché, secondo Galli della Loggia, “La buona scuola è innanzi tutto un’idea. Un’idea forte di partenza circa ciò a cui la scuola deve servire: cioè del tipo di cittadino - e vorrei dire di più, di persona - che si vuole formare, e dunque del Paese che si vuole così contribuire a costruire”. Perché il popolo ha diritto a rivendicare una funzione educativa. Per dare la quale non basta far conoscere la Costituzione, insegnare l’inglese o introdurre nei programmi scolastici materie nuove, come da decenni i Ministri dell’Istruzione hanno sostenuto e fatto, a discapito di quelle fondamentali, come la letteratura, le scienze, la storia, la matematica e la legalità. Ne consegue che all’Università vanno studenti incapaci di scrivere e parlare correttamente in italiano e di riassumere un testo.

Danni ai quali si aggiunge quell’eccessiva indulgenza che spesso permette agli studenti di fare, in classe, il proprio comodo, come uscire dall’aula quando si vuole, usare il cellulare, interloquire da pari a pari con l’insegnante. Una mancanza di disciplina cui molti professori non reagiscono, temendo un ricorso al Tar da parte dei genitori. In contrasto con la necessità di insegnare ai giovani, fin dalle elementari, a prendersi le proprie responsabilità, ad ammettere gli errori commessi, a formare coscienze critiche, ad apprezzare quanto i loro maestri o docenti fanno o dicono per far comprendere loro che nella vita non sono affatto aboliti voti e giudizi, indipendentemente dalla propria autostima. Questo dovrebbe essere l’obiettivo vero dell’insegnamento e lo scopo finale delle riforme da approvare in Parlamento. Che anzi mancano, benché la moglie di Renzi sia un’insegnante e la Giannini, Ministro della Pubblica Istruzione, sia stata docente universitaria.

Invece entrambi hanno chiuso gli occhi di fronte alla realtà nazionale sulla quale c’è da riflettere, essendo tutt’altro che incoraggiante. All’inizio, infatti, si sono preoccupati di più di quella puramente economica, visto che puntare sulla “meritocrazia” avrebbe permesso di risparmiare sugli stipendi di maestri e professori, già pagati molto meno dei loro colleghi stranieri. In effetti gli aumenti dipendevano esclusivamente dagli anni di servizio: 150 euro in più ogni sette anni. Ora, se la riforma prevista fosse stata approvata, gli incrementi - 60 euro netti al mese - sarebbero stati effettuati in base a “scatti di competenza”, cioè crediti didattici, formativi e professionali. Un meccanismo che avrebbe comportato una diminuzione salariale di oltre 10mila euro nel corso della carriera, quindi un risparmio delle spese statali. Che serve, ma non a scapito degli insegnanti. Per fortuna hanno fatto marcia indietro, togliendo tale manovra dal disegno di legge - che il Governo spera sia approvato quanto prima - forse per effetto delle proteste degli insegnanti e dei loro sindacati. E non solo per motivi economici. In effetti, se il credito formativo può essere facilmente provato, chi testimonia su quelli didattici e professionali? Non credo che ci si possa basare sul giudizio degli allievi e sulla loro reale preparazione; e neppure sul parere dei colleghi o dei presidi, che può essere provocato da discordie private, antagonismi politici o simpatie personali. A danno di ciò che la scuola dovrebbe essere: il luogo in cui si formano i caratteri, la cultura e la futura società. Quanto serve per rendere migliore il Paese.

Egidio Todeschini

 

15.3.2015